La donna nelle chiese

di Paolo Ricca
in “Gli Scoiattoli” – Oreundici – n. 3 del giugno 2013

Una chiesa maschile
Una storia che verrà
Siamo ad una specie di aurora. Gli studi sulla donna nella Bibbia e nella storia delle comunità cristiane sono una novità recente, noi siamo i testimoni di un’esperienza che sta cominciando, un po’ come avvenne nelle prime comunità cristiane. Per quella generazione fu una novità tanto grande che poi venne ridimensionata rapidamente. Era troppo grande. Ebbene la nostra generazione sta vivendo qualcosa di analogo: si sta lentamente, faticosamente, con tante contraddizioni – esattamente come nella tradizione biblica neotestamentaria -, recuperando il posto della donna nella Chiesa. Sono i primi vagiti di una storia che verrà, che sta venendo. Tutte le iniziative che vanno in questa direzione contribuiscono a rendere possibile, approfondire e radicare nella coscienza cristiana la vocazione della donna nella Chiesa.
Suddivido la mia esposizione in due parti: nella prima dirò in quali ambiti la donna operava nella comunità cristiana nascente; nella seconda dirò come progressivamente la donna sia stata emarginata, da pressoché tutte le funzioni fino a diventare il “proletariato del cristianesimo”. Come nella società industriale dell’Ottocento il proletariato mandava avanti le cose, così le donne mandano avanti la Chiesa, ma appunto come proletarie, cioè senza potere.
Lo spirito profetico
Sono quattro gli ambiti in cui la donna aveva un ruolo nel cristianesimo nascente. Il primo emerge dal racconto biblico della Pentecoste, secondo cui l’apostolo Pietro, nel discorso della prima predicazione cristiana, cita quel versetto del profeta Gioele dove si dice che Dio, negli ultimi giorni, spanderà il suo Spirito su ogni persona: “i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno”. Lo Spirito dunque è sparso su ogni carne, non si ferma davanti alle differenze di sesso. Anche nella Chiesa di
Corinto c’erano delle profetesse (1 Cor 11,5). Paolo non contesta affatto alle donne di profetizzare, ovvero di fare discorsi
ispirati, di pregare in una certa maniera, di annunciare le cose che devono accadere ecc. Nella stessa lettera ai Corinti c’è
anche la famosa frase “le donne tacciano nell’assemblea”, anche se pochi versetti prima l’apostolo Paolo aveva detto il
contrario, ovvero che la donna può profetizzare purché abbia il capo velato. Gli studiosi hanno allora creduto che la frase
“tacciano le donne nell’assemblea” sia una interpolazione successiva per armonizzare il discorso di Paolo con quello contenuto
nella prima lettera a Timoteo: “vieto alle donne di profetare”.
Tuttavia il tema ora rilevante è che la profezia è uno degli ambiti in cui le donne hanno esercitato un ruolo, anche se
all’interno della comunità cristiana – dalla seconda metà del I secolo — si diffonde un movimento contrario che tende a ridurre
le donne al silenzio. Questo spiega quanto è accaduto nel II secolo, e cioè la nascita di un movimento che la Chiesa ha
giudicato eretico, il montanismo. Il montanismo era un movimento che si chiamava ‘nuova profezia’, le cui figure centrali erano
donne: Priscilla, Massimilla, Quintilla. Il movimento montanista tende a recuperare la parola profetica delle donne, proprio
mentre era in atto la tendenza a monopolizzare la parola nelle figure del presbitero e del vescovo, quindi in figure maschili.
Questo movimento viene giudicato eretico proprio perché ridava la parola alle donne, oltre che per altre plausibili ragioni.
Lo spirito di servizio Ci sono numerose figure femminili, evocate dall’apostolo Paolo nelle lettere ai Romani (cap. 16) e ai
Filippesi (cap. 4), che vengono chiamate “mie collaboratrici nelle fatiche apostoliche, nella diffusione dell’Evangelo, nella predicazione, nella missione”. Nella lettera ai Romani colpisce il numero elevato di donne che ospitavano le comunità cristiane nelle loro case e di conseguenza svolgevano funzioni ministeriali. Tutto ciò desta un notevole stupore in una società maschilista, patriarcale, che non considerava la donna neppure come un vero soggetto.
Nel Nuovo Testamento la diaconia è la categoria che abbraccia tutta la ministerialità: e la qualifica di diacono è l’unica che Gesù si sia sicuramente attribuita, come testimonia l’Evangelo di Luca (capitolo 22): “lo sono in mezzo a voi come colui che serve” (o ‘diakonon’, come diacono). Questo titolo tuttavia è subito scomparso, sopraffatto da quello di kurios, Signore, attribuitogli giustamente per via della resurrezione. Ma se Gesù fosse stato invocato non solo come Signore, ma anche come diacono probabilmente la storia della Chiesa sarebbe stata molto diversa.
In un libro cosiddetto apocrifo, quello degli ‘Atti di Paolo e Tecla’ è presente una ipotetica discepola di Paolo (siamo nel Il secolo probabilmente). Anche se il personaggio non è necessariamente storico, in questi Atti (capitolo 42) Paolo dice a Tecla:”va e insegna la parola di Dio”, e Tecla non solo insegna la parola di Dio, ma anche battezza e opera delle guarigioni.
Successivamente c’è stato un periodo in cui la donna ha svolto una attività di insegnamento verso le persone che volevano diventare cristiane. Ad esse fu affidato anche il compito di istruire lecandidate al battesimo sotto la guida dei vescovi. Ben presto però questa possibilità fu esclusa: già Origene rifiutò l’opera catechetica delle donne e le Costituzioni Apostoliche (IV secolo) dichiarano solennemente: “non permettiamo che le donne insegnino nella chiesa; possono solo pregare e ascoltare l’insegnamento di altri”.
La carità delle vedove
Le vedove ebbero un importante ruolo nella comunità cristiana nascente: la chiesa le organizzò, assegnando loro il compito della preghiera e delle opere di carità. Queste donne, che avevano superato i 60 anni di età e che erano state sposate una sola volta, dispensavano opere di carità nell’ambito della comunità cristiana, provvedevano alle necessità degli apostoli e dei predicatori itineranti e, secondo alcuni studiosi, costituivano una specie di pendant femminile del presbiterato maschile.
Alcuni testi le chiamano ‘madri della Chiesa’ assimilandole al presbiterato femminile, ma nel corso del tempo, il presbiterato maschile si connota sempre di più come sacerdozio e queste associazioni di vedove vengono ‘declassate’ a diaconato, adibite ad aiutare il vescovo, subordinate all’autorità del presbitero. Non costituiscono più un ministero parallelo, quanto un ministero sottoposto al presbiterato. A ciò contribuì il fatto che, a partire dal IV-V secolo, la Chiesa esaltò sempre di più la verginità, sicché il diaconato delle vergini divenne più importante e più apprezzato di quello delle vedove.
Servizi liturgici minori
Come i diaconi, anche le diaconesse si occupavano di servizi liturgici minori, per esempio assistevano le donne che volevano essere battezzate o cresimate, portavano l’eucarestia ai malati, facevano visite su incarico del vescovo. Il fatto importante, originale, è che le Chiese d’Oriente prevedevano l’ordinazione delle diaconesse. Con l’imposizione delle mani, il vescovo trasferiva su di esse lo Spirito Santo, imponeva loro la stola e le autorizzava a prendere nelle proprie mani il calice dell’eucarestia. Ma con la progressiva scomparsa del battesimo degli adulti, scompaiono anche le funzioni svolte da queste donne, cosicché le diaconesse della comunità diventano diaconesse dei conventi, cioè diventano suore. All’interno del convento, nella Chiesa d’Oriente, la madre badessa svolgeva le funzioni liturgiche complete: leggeva e spiegava la Sacra Scrittura, presiedeva e distribuiva l’Eucarestia. Quando questa pratica si diffuse in alcuni conventi dell’Occidente, fu criticata da diversi sinodi e praticamente fu cancellata. Pare che in alcune chiese ortodosse che non hanno condiviso il dogma di Calcedonia, tra cui la Chiesa copta d’Egitto, questa prassi sia ancora in atto.
L’emarginazione della donna
Come si vede, in tutti questi ambiti si verifica la progressiva emarginazione della donna dalle funzioni ministeriali. Ma perché succede questo? Le ragioni principali a me sembrano essere due.La prima è che nella Chiesa antica la donna era particolarmente apprezzata nei cosiddetti ‘movimenti eretici’ e soprattutto tra i seguaci dello gnosticismo (in alcune scuole gnostiche la donna
poteva persino presiedere l’eucarestia) e del montanismo, dove la donna aveva il diritto di parlare e profetizzare.
La Grande Chiesa, che si proponeva di combattere le eresie gnostica e montanista, le quali riconoscevano alla donna un ruolo importante, doveva necessariamente emarginare la donna, proprio perché lo gnosticismo e il montanismo la valorizzavano.
La seconda ragione è il peso di alcune tradizioni che risalgono in parte alla bibbia, in parte alla cultura greco-romana, in parte alla filosofia, le quali disprezzavano la donna, considerandola spiritualmente e moralmente inferiore all’uomo, non idonea a rivestire qualunque responsabilità né ministero di tipo ecclesiastico. Ci sono alcuni libri biblici che hanno rimarcato questa visione negativa della donna: nei Proverbi vi sono molte pagine sulla donna vista come pericolo per l’uomo: la donna è colei che seduce, che ammalia, che porta fuori strada; nel Siracide, libro deuterocanonico ma letto ampiamente perché compreso nella traduzione dei Settanta, la donna è presentata come pericolo: “con le sue blandizie seduce; chi sa resistere al fascino delle donne?”.
Il tabù della sessualità
Questa visione negativa della donna è stata ulteriormente rafforzata, nella coscienza cristiana comune, da antichi tabù giudaici e pagani che vedevano l’intera sfera della sessualità come qualcosa di sudicio e peccaminoso, e la donna come colei che incarna la sessualità.
In questo quadro, da un lato emerge l’esaltazione della verginità come rinuncia alla sessualità, dall’altro questi tabù vengono scaricati sulla donna, fino a definire il matrimonio ‘remedium concupiscentiae’, cioè rimedio alla libidine.
Sono i grandi padri della Chiesa a nutrire questa sessuofobia. A cominciare da Agostino d’Ippona, secondo il quale il peccato originale corrisponde di fatto al peccato sessuale. La bella mela altro non è che la donna. Non solo, ma il peccato originale si trasmetterebbe di generazione in generazione attraverso la procreazione. L’atto sessuale che permette la procreazione, è anche atto peccaminoso in quanto veicola il peccato originale.
Ma c’è di più. Qual è la colpa della donna? Essere un polo di attrazione per l’uomo. Siccome la donna che l’uomo desidera è bella, la colpa della donna è di essere bella. Tutte le donne sono belle perché tutte sono desiderate da qualcuno. Allora le donne hanno la colpa stessa di essere donne, cioè di essere attraenti, di suscitare desiderio, non solo dell’uomo, ma addirittura degli angeli. Nel famoso passo raccontato dal Genesi (capitolo 6) i figli di Dio, cioè gli angeli, vedono le donne e
scendono in terra a sposarle. Allora Tertulliano commenta: “Un volto così pericoloso come quello della donna, che ha potuto seminare occasioni di caduta fino al cielo, deve essere messo in ombra.
Perciò questo viso quando sta davanti a Dio, in presenza del quale è colpevole della cacciata degli angeli (non sono gli angeli che hanno peccato, è la donna che li ha provocati, la colpa è sempre sua), arrossisca davanti agli altri angeli e reprima quella libertà dimostratasi fatale che accordava al suo capo (cioè al capo scoperto) e non lo mostri più neppure agli occhi degli uomini”. Ecco da dove arriva il velo, anche quello degli islamici.
L’inferiorità morale e religiosa della donna
Tertulliano ha introdotto nel cristianesimo l’idea dell’inferiorità religiosa e morale della donna e ha aperto la strada a una ostilità di ispirazione ascetica contro le donne, che ha fatto scuola con il diffondersi del monachesimo. Riassumo questo tema con un aneddoto terribile. È una leggenda, ma una leggenda che dice molte verità. Un certo Giacomo di Nisidia un giorno passava accanto a una fonte dove c’erano delle ragazze che stavano lavando i panni. Queste ragazze, vedendo passare l’asceta, osarono alzare gli occhi verso di lui senza coprirsi il viso e senza abbassare le loro gonne che avevano alzato un po’, forse fino alla caviglia, per lavare i panni. Allora Giacomo maledisse la fonte e le ragazze: la fonte inaridì immediatamente e le ragazze – pensate la crudeltà – vennero trasformate in vecchie decrepite.Un altro grande teologo della storia occidentale, Anselmo d’Aosta, grande fautore del celibato dei preti, chiama la donna ‘dulce malum’, ‘mors animae’. La donna è un pericolo per l’uomo perché lo tiene legato alla terra, dunque colui che aspira alla santità deve rifuggire persino dalla conversazione con le donne. Se vuole essere vincitore deve restare lontano da loro.
Secondo Tommaso d’Aquino, “l’uomo è principio e fine della donna, come Dio è principio e fine dell’intero creato”, quindi la donna esiste in funzione dell’uomo. Il suo unico fine è la procreazione.
Quando la nascitura è una donna, Tommaso dice che nasce ‘aliquid deficiens et occasionatum’, qualcosa di manchevole e di casuale. L’inferiorità della donna determina la sua subordinazione all’uomo.
L’esaltazione della donna ideale
E arriviamo al Medioevo. Nel Medioevo al disprezzo della donna reale corrisponde l’esaltazione della donna ideale: ne è esempio la Beatrice di Dante, ma soprattutto la Madonna in tutte le varie manifestazioni ed espressioni. La donna viene negata sulla terra ed esaltata in cielo. In quanto creatura celeste, oggetto di tanti poemi e di tanta religiosità, è privata di ogni connotazione sessuale: l’esaltazione della verginità raggiunge il suo apice, il matrimonio è buono ma la verginità è meglio,
come il cielo è meglio della terra.
Da questo quadro che reprime e nega ogni espressione della sessualità, deriva un eros metafisico, una mistica erotica abbondantemente testimoniata nella letteratura. La donna glorificata, amata spasmodicamente, invocata, è estranea a qualunque connotazione sessuale, per cui l’eros che può esprimere è un eros mistico, nel quale si dissolve l’impulso di libido sessuale presente in ogni essere umano.
In conclusione, la donna non solo è emarginata dalla Chiesa, ma anche dalla terra; viene portata in cielo, il più distante possibile, in modo da renderla del tutto innocua. Non può più sedurre gli uomini né gli angeli, perché non è più donna.
una riforma incompiuta.
La Riforma: un nuovo cristianesimo
La Riforma protestante, avvenuta nel XVI secolo, è un fenomeno ancora sotto esame. Globalmente per la Chiesa cattolica la Riforma è stata considerata una sventura, perché ad essa ha attribuito la responsabilità della divisione della Chiesa d’Occidente – mentre noi pensiamo che sia stato il rifiuto della Riforma a provocare questa divisione. Ma il problema non è tanto quello di attribuire o distribuire le responsabilità della divisione della Chiesa d’Occidente, quanto di capire
che cosa sia stata la Riforma.
Personalmente penso che il termine ‘riforma’ sia del tutto insufficiente a esprimere quel movimento nato nel Cinquecento e diffusosi in tutta Europa, che ha spaccato in due la coscienza cristiana europea, perché esso ha dato luogo alla nascita di un nuovo modo di essere cristiani.
Il protestantesimo non è semplicemente un cattolicesimo riformato, è qualcosa di diverso e di completamente nuovo. Adopero volentieri una categoria che Leonardo Boff ha applicato alle comunità di base latinoamericane: la categoria della ‘ecclesiogenesi’. Secondo il teologo della liberazione, con le comunità di base sudamericane è nato un nuovo modello di Chiesa, un nuovo tipo di comunità cristiana. Ecco, io credo che questa nozione sia appropriata anche per descrivere
quello che è stata la Riforma.
L’intenzione originaria era sicuramente quella di riformare la Chiesa tradizionale: ci sono documenti assolutamente indiscutibili sotto questo profilo. Il monaco Lutero non parlava neppure di riforma, egli diceva: Io non sono un riformatore, l’unico riformatore della Chiesa è Gesù Cristo. Dunque per lui anche la categoria di riforma era eccessiva, si accontentava di migliorare la condizione del cristianesimo del suo tempo.Se il progetto originario era effettivamente una cosa molto modesta, esso, non essendo stato accolto, ha fatto nascere qualcosa di diverso da ciò che voleva essere all’inizio. È divenuto una nuova forma di Chiesa, sia nella organizzazione interna, sia nella comprensione del rapporto con Dio, sia nella comprensione del rapporto con la società e con la storia. Teoricamente la Riforma protestante avrebbe potuto modificare in modo sostanziale il posto della donna nella Chiesa, ma praticamente questo è accaduto solo in parte. Perché teoricamente la
Riforma avrebbe potuto modificare in modo sostanziale la posizione della donna nella Chiesa? I motivi sono quattro.
L’esaltazione del matrimonio
Nel Medioevo la verginità, la castità, il celibato venivano considerati condizioni moralmente e spiritualmente superiori a quelle di chi praticava la sessualità, anche nel matrimonio. La Riforma ha ribaltato questo giudizio riabilitando il matrimonio, ponendolo al di sopra di qualunque altra condizione umana. Naturalmente riabilitare il matrimonio significava anche riabilitare la donna, non più vergine, ma sposata.
Nessun teologo prima di Lutero aveva esaltato tanto il matrimonio, anche se lui si sposò tardi. In realtà non si voleva sposare ma i suoi amici cominciarono a dirgli: “tu parli tanto a favore del matrimonio ma non ti sposi, sei in contraddizione con te stesso”. Così alla fine si sposò con Caterina.
Pur essendo un agostiniano, Lutero diceva che il matrimonio non è ‘remedium concupiscentiae’, bensì un’opera e un ordinamento di Dio: agli occhi di Dio non vi è nessuna condizione più alta di quella coniugale. La condizione coniugale è superiore a quella del principe, a quella del vescovo, a qualunque altra condizione umana. Dio ama la coppia più dell’uomo singolo, perché Lui ha creato la coppia, non l’uomo singolo. E l’uomo non realizza pienamente la sua umanità senza la donna, così come la donna non realizza pienamente la sua umanità senza l’uomo. Cioè soltanto nella coppia l’umanità si realizza pienamente: dove ‘coppia’ non vuol dire necessariamente marito-moglie, ma umanità maschile-umanità femminile. Ogni essere umano è solo una parte di umanità, né l’uomo né la donna da soli possono realizzare la pienezza dell’umano. Questo è il concetto, molto bello, molto
profondo, molto moderno.
Nella misura in cui il matrimonio viene valorizzato, è valorizzata anche la donna, che non è più vista come pericolo, minaccia, tentazione, vincolo terrestre che impedisce all’uomo di elevarsi verso il cielo. La donna non è più un male necessario – male perché donna, necessario perché la procreazione è indispensabile alla conservazione della vita. La donna è un bene, una benedizione di Dio, una creatura di Dio, non un ostacolo alla salvezza. Tuttavia la donna resta subordinata all’uomo. Malgrado questo massimo elogio della coppia matrimoniale, la donna è ancora sottomessa all’uomo, nelle varie modalità in cui questo può
accadere. La donna sposata viene valorizzata al massimo, ma non emancipata dalla sottomissione all’uomo.
Non più conventi ma scuole
La Riforma ha soppresso tutti i conventi trasformandoli in scuole pubbliche per ragazzi e ragazze. Ciò facendo ha messo in l
ibertà, se vogliamo usare questa espressione, un gran numero di suore. Questa libertà non fu sempre gradita, perché uscire da un convento chiuso d’autorità, era un’imposizione che lasciava molte ragazze in difficoltà. Il convento infatti era anche un luogo di relativa autonomia della donna, un luogo nel quale era sottratta al dominio maschile, del padre o del marito, e quindi a un certo asservimento. La soppressione dei conventi, soprattutto femminili, non sempre fu accompagnata da grida di giubilo da parte delle donne, che in molte circostanze avrebbero preferito rimanere dove erano. La ragione ultima della soppressione dei conventi tuttavia non era quella di liberare le donne o gli uomini dalla loro condizione di monaci o di suore, bensì era la conseguenza di una visione del cristianesimo propria della Riforma: ovvero esiste un’unica condizione cristiana comune a tutti. E ognuno deve vivere nella città, nella comunità, nel mondo, e non in un luogo protetto e appartato come il convento, che assicurava in qualche modo protezione e garanzie.
La critica al celibato obbligatorio
Il terzo motivo è la critica alla legge del celibato e della condizione di verginità. Naturalmente non è il celibato in sé che viene criticato ma l’imposizione al ministro di essere celibe. Questa imposizione viene criticata nel senso che il celibato, anche nella Sacra Scrittura (cfr. lettera ai Corinzi), è previsto come una possibilità, ma una possibilità libera.
L’altra idea che spinge la Riforma in questa direzione è la lotta all’idea del ‘merito’, cioè l’idea secondo cui la condizione di celibato o di verginità sia meritevole di una grazia e di una posizione particolare nei confronti di Dio. L’idea del merito è una delle grandi idee combattute dalla Riforma protestante per affermare la completa gratuità della grazia e della salvezza.
Il sacerdozio universale
Il quarto motivo per cui la Riforma avrebbe potuto modificare la condizione della donna è l’affermazione del sacerdozio universale dei credenti, secondo la quale tutti i battezzati sono sacerdoti. Questa affermazione di Lutero, di difficile realizzazione, è stata una delle bandiere della Riforma. Ogni battezzato, dice Lutero, è sacerdote, vescovo e papa. Cioè il battesimo fornisce a ogni cristiano la base teologica e spirituale di tutta la ministerialità della Chiesa: il battezzato è, in
quanto tale, accreditato e abilitato a esercitare qualunque ministero nella Chiesa.
Su questo punto tuttavia la Riforma non è stata fedele a se stessa, perché la donna è sempre stata battezzata, in tutte le Chiese, dunque potenzialmente è ministro, ma di fatto in nessuna Chiesa della Riforma la donna ha occupato una posizione di ministro, né a livello pastorale, né a livello diaconale, né a livello liturgico, né a livello catechetico. È una grande contraddizione che la Riforma non è stata in grado di superare. La ministerialità è rimasta saldamente in mano agli uomini.
Donne martiri e predicatrici
Nel frattempo, in posizioni marginali, sono nate due figure femminili che hanno occupato un certo ruolo nella storia delle Chiese evangeliche.
La prima è la donna martire, perché le guerre di religione con le persecuzioni hanno causato molti martiri della fede evangelica. C’è un libro sulla storia dei martiri della fede evangelica che conta 664 martiri, di cui 56 donne (circa il 10%). In questi racconti riemerge una caratteristica tradizionale del martirio femminile nella Chiesa antica e cioè l’idea delle nozze con Cristo suggellate dal martirio. Il libro dell’Apocalisse parla delle nozze dell’agnello, riferite alla Chiesa, in particolare alla Chiesa perseguitata e martire: questa raffigurazione del martirio come momento di massima comunione con il Signore, è presente nei racconti di alcune di queste donne martiri.
La seconda figura di donna che compare soprattutto nei momenti di crisi è la donna che predica, la donna predicatrice. Per esempio nel 1685 in Francia fu revocato l’editto di Nantes, che aveva consentito al protestantesimo francese di sopravvivere. A seguito di questa revoca da parte di Luigi XIV, il protestantesimo francese fu oggetto di una grande persecuzione e tutti i pastori furono esiliati o incarcerati. Diverse testimonianze affermano che, in assenza di pastori predicatori, un certo numero di donne cominciarono a precicare. Molte di queste donne erano giovani, semplici ragazze che le circostanze avevano reso capaci di profetizzare.
Le mogli dei pastori
C’è una terza figura che rientra in questo quadro, la moglie del pastore. Il pastore, il prete sposato, in Occidente, era una figura completamente nuova, e le mogli dei pastori hanno svolto un ruolo poco conosciuto, poco descritto, in gran parte ignorato ma realmente vissuto. Molto spesso le mogli sono state riconosciute de facto (non giuridicamente) dalla comunità come un secondo pastore e hanno svolto ruoli di grandissimo valore e significato. Hanno anticipato il pastorato femminile, tranne che per la predicazione.Il ruolo di predicatrici fu svolto dalle donne nella Germania nazista, perché la Germania nazista ha perseguitato una parte della Chiesa evangelica (quella che viene chiamata Chiesa Confessante), e molti pastori furono internati nei campi di concentramento o incarcerati. Le loro mogli allora li sostituirono nella predicazione dal pulpito. È un fatto poco noto ma estremamente significativo.
Come si vede, si tratta sempre di emergenze, di situazioni eccezionali: in situazioni normali le donne erano ancora escluse dal ministero.
Mondo cattolico: le donne si difendono
Nel mondo cattolico, con la Controriforma scompare la caratteristica che il monachesimo aveva avuto in epoca antica e medievale, ovvero la suddivisione degli ordini in maschile e femminile, nell’osservanza della stessa regola. A partire da Benedetto da Norcia fino a Francesco e Chiara era stato così. A questo riguardo, va detto che Francesco e il francescanesimo hanno innovato
profondamente la tradizione monastica, ma nulla di veramente nuovo hanno creato rispetto alle donne, tant’è che le clarisse hanno continuato ad osservare la clausura tradizionale.
Con la Controriforma vengono fondati molti nuovi ordini, ma viene meno il modello bipolare che aveva caratterizzato il monachesimo antico e medievale. Valga il classico esempio dei gesuiti: non esistono ‘le gesuite’. Si può ben capire il significato, molto profondo, di questa mancanza, che significa che l’uomo sussiste da sé, senza bisogno di avere la donna accanto. È un modo radicalmente diverso di concepire la propria umanità.
Questo fenomeno permane fino al XX secolo quando ritorna la bipolarità maschile-femminile: per esempio Charles de Foucauld è precursore dei piccoli fratelli e delle piccole sorelle.
Il secondo fenomeno che si registra nel mondo cattolico è una straordinaria fioritura di ordini e istituti religiosi femminili. Un fatto incredibile, eccezionale. Evidentemente questa moltiplicazione è stato anche un modo per sottrarsi al predominio maschile.
Mondo protestante: spazi minoritari
Nel mondo protestante moderno segnalo tre fenomeni importanti. Il primo si verifica in alcuni gruppi marginali del protestantesimo, nati a fianco delle grandi chiese riformate luterane americane. In essi la donna recupera il diritto di parlare in pubblico e di predicare. La prima comunità che dà la parola alle donne nell’assemblea sono i quaccheri, la cosiddetta ‘società degli amici’, nel cui ambito la donna può prendere la parola, pregare, annunciare, predicare. Il secondo fatto, abbastanza singolare, è la nascita in ambito protestante, nell’Ottocento, del diaconato femminile: vengono create le cosiddette diaconesse, che sono il pendant protestante delle suore cattoliche. Esse hanno un loro vestito, fanno i voti di castità, di vita comune, di obbedienza, di servizio e di povertà e svolgono un ruolo fondamentale negli ospedali e in tutte le attività caritatevoli. Questa istituzione oggi è al tramonto e non credo sopravvivrà a lungo, ma ha svolto un ruolo molto rilevante nella storia del protestantesimo. Infine nel XX secolo si realizza il pastoratofemminile, cioè l’attribuzione alla donna del principale ministero proprio delle chiese protestanti. Dal pastorato femminile si è passati anche all’episcopato, sia nelle chiese luterane, sia nella chiesa anglicana. Anche se questo fenomeno ha provocato profonde lacerazioni soprattutto nell’anglicanesimo, resta un fatto ormai acquisito dal quale difficilmente si potrà tornare indietro. In pratica è stata raggiunta l’equiparazione della donna all’uomo nell’accesso a qualunque ministero all’interno della Chiesa. Va specificato che non si tratta di una acquisizione generale in tutto il protestantesimo, anzi vi sono delle chiese di tipo fondamentalista che non riconoscono il pastorato femminile e lo contrastano al loro interno.
All’alba di una storia nuova
Questa è la storia che abbiamo alle nostre spalle. Direi che è finita la preistoria: tutta la storia dell’emarginazione della donna, la storia che in un modo o nell’altro sottomette la donna all’uomo, privandola delle possibilità che appartengono all’umano, oltre che ovviamente al cristiano, rientra nella preistoria. Oggi siamo all’alba di una storia che deve ancora essere scritta. Ritengo abbastanza drammatico che l’accesso della donna alla ministerialità sia ancora largamente minoritaria nel cristianesimo. Tutta l’ortodossia è contraria, quasi tutto il cattolicesimo è contrario e una parte di protestantesimo, quello di tipo fondamentalista, è contrario. La preistoria purtroppo non è ancora conclusa. Tuttavia credo che, oggettivamente, sia alle nostre spalle e, proprio perché siamo all’alba di tempi nuovi, bisognerà ripensare, riflettere, rimeditare il rapporto uomo-donna, che dovrà essere rivissuto in profondità.
Forse il grande problema – se vogliamo chiamarlo problema -, è come riuscire a mantenere la differenza uomo-donna senza ricadere nella disuguaglianza. Perché se la disuguaglianza è stata un crimine contro l’umanità, anche la perdita della differenza sarebbe una diminuzione dell’umanità.
Quindi nulla è facile, però è bello avventurarsi in questa riscoperta di noi stessi, a partire dal fatto che Dio ha creato la coppia, cioè che nell’umanità, prima della differenza sessuale, c’è l’alterità: l’altro umano.
L’aspetto fondamentale è riconoscere che tu non sei te stesso da solo, ma sempre con l’altro che Dio ha creato insieme a te. Sulla base di questa comune appartenenza all’umano, credo che la comprensione del valore delle differenze sarà un bene e una evoluzione per tutti.

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