Famiglia: che cosa vuole la Chiesa? di José María Castillo

in “Religión Digital” del 21 ottobre 2014 (traduzione: http://www.finesettimana.org)
Che cosa vuole risolvere la chiesa in riferimento ai problemi che maggiormente preoccupano la famiglia in questo momento?
Come è logico, la prima cosa che attira l’attenzione – e che risulta difficile spiegare – è che i problemi trattati al Sinodo non sono quelli che maggiormente interessano e preoccupano la grande maggioranza delle famiglie nel mondo: l’angoscioso problema della casa, il problema di una paga giornaliera o di uno stipendio con cui arrivare degnamente alla fine del mese, il problema della
salute e della sicurezza sociale, quello dell’istruzione dei figli.
O, almeno, questi argomenti così gravi e che angosciano la gente non sono stati – a quanto ci risulta – problemi centrali all’ordine del giorno di nessuna delle commissioni o sessioni del Sinodo.
Questo dà motivo di pensare o magari sospettare – almeno in linea di principio – che quelli che hanno preparato e organizzato i lavori del Sinodo sono persone che possono dare l’impressione di essere più preoccupati per i dogmi cattolici e per la morale che predica il clero che per le sofferenze e umiliazioni che stanno sopportando molte famiglie, anche più di quante immaginiamo.
Non è necessario essere né saggi né santi per rendersi conto di questo, per farsi logicamente la domanda che ho appena considerato. E che nessuno mi dica che gli argomenti che ho appena indicato sono problemi che devono essere risolti dagli economisti e dai politici.
Anche nell’ipotesi che quello che ho detto è un argomento che riguarda direttamente l’economia e la politica, ci devono pensare però solo gli economisti e i politici? Le sofferenze, la dignità, la sicurezza e i diritti della gente, i diritti fondamentali delle famiglie, non dovrebbero interessarci, né
potremmo o dovremmo far nulla?
Questa è la prima grande questione che, a mio modesto parere, dovrebbe interessare soprattutto, e prima di qualsiasi altra cosa, la Chiesa, e soprattutto i suoi capi. Lo dico per tempo, quando ancora abbiamo un anno davanti a noi per giungere alle conclusioni del Sinodo.
Però arrivando ai problemi che il Sinodo ha trattato, la mia domanda è la seguente: alla gerarchia della Chiesa, che cosa maggiormente le interessa o la preoccupa? gente che “si ama”? o gente che “si sottomette”?
Confesso che queste domande mi sono venute in mente pensando e ricordando quello che io stesso sto vivendo nel mondo ecclesiastico da più di 60 anni, vale a dire, da quando sono coinvolto in ambienti clericali.
Tanto in Spagna che fuori dalla Spagna, quello che ho sentito negli ambienti della Chiesa, è che i problemi dell’economia e i temi sociali di solito non preoccupano troppo. Perché normalmente tali problemi (nelle istituzioni ecclesiastiche) sono risolti.
Mentre i temi in riferimento all’ortodossia dogmatica (sottomissione alla gerarchia) e al sesto comandamento (osservanza della morale), non solo sono di solito molto preoccupanti, ma con frequenza risultano quasi ossessivi o sfioranti l’ossessione.
La conseguenza, che di solito deriva da questo stato di cose, e che la gente nota molto, è davanti agli occhi di tutti: i vescovi non sono soliti parlare (o si limitano ad allusioni generiche) della corruzione politica e delle sue conseguenze, mentre quegli stessi vescovi sono soliti levare alte grida se quello che si affronta è il problema dei matrimoni tra persone omosessuali o, in generale, problemi legati al sesso.
Per fare un esempio, vediamo la differenza di trattamento che ricevono, in tanti confessionali, i capitalisti e i banchieri oppure i gay e le lesbiche.
Tutto questo non conduce forse ad una domanda molto più radicale: perché le religioni affrontano in maniera tanto diversa i problemi legati alla “proprietà dei beni” e i problemi che si riferiscono alle “relazioni affettive tra le persone”?
Dal punto di vista della sociologia, uno degli specialisti più riconosciuti in questa materia, Anthony Giddens, ha scritto: “La famiglia tradizionale era soprattutto un’unità economica. L’attività agricola normalmente coinvolgeva tutto il gruppo familiare, mentre fra benestanti e l’aristocrazia la trasmissione della proprietà era la base principale del matrimonio. Nell’Europa medievale, il
matrimonio non era contratto sulla base dell’attrazione amorosa, e nemmeno era considerato il luogo dove tale attrazione dovesse sbocciare (“ Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita”).
In realtà, “la proprietà dei beni” (e non “l’affetto tra le persone”), come fattore determinante della
famiglia tradizionale, viene da più lontano e trae la sua origine in un’altra fonte: il diritto.
Come si sa, la famiglia era l’unità che interessava al primo diritto romano. Quel diritto non si occupava di ciò che succedeva dentro la famiglia. Le relazioni tra i suoi membri erano un argomento privato, nel quale la comunità non interveniva. La famiglia era rappresentata dal suo capo, il paterfamilias, nel quale si concentrava tutta la proprietà familiare. E tutti i suoi discendenti, in linea paterna stavano sotto il suo controllo. Nessun figlio poteva sfuggire al suo potere.
Più ancora, un figlio non smetteva di restare sotto il potere del padre fino a che non fosse diventato adulto e fino a che non morisse il padre, non poteva avere proprie proprietà. Conseguentemente, tutta la proprietà familiare si manteneva unita e le risorse della famiglia, come un tutto, si rafforzavano (Peter G. Stein, El Derecho romano en la historia de Europa, p. 7-8).
Ebbene, in quel contesto di idee e di leggi, risulta comprensibile e logico che la Chiesa, man mano che si adattava alla cultura e al diritto ereditato dall’Impero romano, ugualmente assumeva e integrava nella sua vita e nel suo sistema organizzativo quello che era comune alle altre religioni.
Mi riferisco a quello che, con ragione, ha detto uno dei più riconosciuti specialisti in materia: “La religione è generalmente accettata come un sistema di ranghi, che implica dipendenza, sottomissione e subordinazione a superiori invisibili” (Walter Burkert, La creazione del sacro).
Quindi, che le teologie e i rituali delle religioni, se in alcune cose insistono e in alcune cose sono simili le une alle altre, è proprio per quanto riguarda la “sottomissione”. E risulta che, per quanto riguarda concretamente questa sottomissione, i rituali che la creano, la fomentano e la mantengono,
“non sono limitati da una religione particolare, ma si trovano in tutto il pianeta, e si può dimostrare che alcuni sono preumani” (op. cit.).
La sottomissione, dalle società preumane, si esprime creando l’impressione che uno produce inchinandosi, inginocchiandosi, stendendosi a terra, strisciando, insomma, tutto quello che “non ingrandisce”. Ed è dimostrato che i rituali religiosi coincidono tutti in questo (K. Lorenz, On Aggression, Nueva York, 1963, pg. 259-264; I. Eibl-Eibesfeldt, Liebe und Hass: Zur
Naturgeschichte elementarer Verhaltensweisen, Munich, 1970, pg. 199 ss).
Tuttavia, la cosa più sorprendente, in tutta questa argomentazione, è paragonare queste supposte basi della famiglia e della religione con quanto raccontano i vangeli che, diverse volte, fanno riferimento tanto alla famiglia quanto alla religione.
Sappiamo, infatti, che Gesù, sia per quanto si riferisce alla famiglia sia per quanto riguarda la religione, ha assunto pubblicamente e senza ambiguità un atteggiamento sommamente critico. Mi spiego.
Per quanto riguarda la religione, i vangeli ci informano degli scontri e dei conflitti costanti e crescenti che Gesù ebbe con i dirigenti religiosi e i loro rituali. A questo si riferiscono gli scontri con gli scribi e i farisei, con i sommi sacerdoti e gli anziani, anche con il tempio di Gerusalemme.
Fino a terminare con l’arresto da parte delle autorità religiose, col giudizio, la condanna e l’esecuzione violenta nel tormento dei crocifissi (Mc 15,27: Mt 27,38), vale a dire non con i semplici ladroni, ma con i ribelli politici, come spiega F. Josefo (H. W. Kuhn: TRE vol. 19,717).
Gesù è stato l’uomo più profondamente religioso che possiamo immaginare. Ma la religione di Gesù rimaneva estranea al modello stabilito: la sua religione (come il Dio che rappresentava) non era centrata nel “sacro”, ma nell’ “umano”.
Questo è centrale per comprendere il vangelo e tuttavia non è centrale per comprendere la teologia cristiana. E non è neanche al centro della vita della Chiesa. Per quello che si riferisce alla famiglia, è certo che le relazioni di Gesù con la sua famiglia furono tese e complicate: i suoi parenti lo prendevano per pazzo (Mc 3,21) e non credevano in lui, lo disprezzavano perfino (Mc 6, 1-6; cf Gv 7,5).
D’altra parte, la prima cosa che Gesù chiedeva a coloro che volevano seguirlo, era di abbandonare la propria famiglia (Mt 8,18-22; Lc 9, 57-62). E quando un giorno gli dissero che lo cercavano sua madre e i suoi fratelli, la risposta di Gesù fu di dire che sua madre e i suoi fratelli sono quelli che ascoltano e mettono in pratica ciò che vuole Dio (Mc 3,31-35; Mt 12, 46-50; Lc 8, 19-21).
Ma Gesù, per quanto si riferisce alle relazioni con la famiglia, andò oltre. Perché osò dire che non era venuto a portare la pace, ma la spada, divisione e conflitto, precisamente tra i membri della propria famiglia (Mt 10, 34-42; Lc 12, 51-53; 14, 26-27).
Anzi, Gesù arrivò a toccare l’intoccabile di quel modello di famiglia: “Non chiamate ‘padre’ nessuno sulla terra” (Mt 23,9). Una proibizione così forte, in quella cultura, che arrivò a smontare l’asse stesso di quel modello di relazioni familiari. I grandi, gli importanti, non sono i “padri”, i “gerarchi”, ma i “bambini”, i “piccoli”: il regno di Dio è di quelli che si fanno come loro (Mt
19,14). Cosa vuol dire tutto questo? Dove sta il cuore del problema?
Le relazioni di parentela non sono libere, dato che sono date e imposte ad ogni essere umano che viene al mondo. Al contrario, le relazioni comunitarie di amicizia, dato che nascono da convinzioni libere e da sentimenti che chiunque accetta liberamente, sono sempre relazioni che si basano sulla libertà
umana e si mantengono con la forza della decisione libera.
La cosa più bella, più gratificante e più motivante della relazione di fede e fiducia nell’altro e in Dio, è che è sempre possibile perché è una relazione libera. Quindi, la cosa determinante in questo modello di famiglia e di gruppo non è la sottomissione, né il “potere repressivo”, né il “potere di seduzione” (Byung-chul Han), ma quello che è decisivo è la fede e fiducia nell’incontro (con l’Altro, con gli altri, con qualcuno in concreto) mediante la “relazione pura” (A. Giddens), che si basa sulla comunicazione emotiva. Cioè una forma di
comunicazione nella quale le ricompense ricavate dalla stessa sono la base primordiale affinché tale comunicazione possa mantenersi e perdurare.
Proprio per questo l’esperienza ci dice che dove c’è affetto vero, c’è libertà, mentre dove c’è religione (centrata sui riti e sul sacro) c’è sottomissione.
Tuttavia, tenuto conto di quello che ho detto in questa (troppo lunga) riflessione, torniamo alla domanda iniziale: che cosa vuole la Chiesa con tutto quello che ha rimosso a proposito della famiglia?
Ovviamente, papa Francesco, convocando e programmando il sinodo sulla famiglia, ha voluto rispondere a problemi urgenti che riguardano migliaia di famiglie nel mondo. Bisogna supporre che papa Francesco, convocando questo sinodo, esigendo libertà di parola sui problemi e trasparenza nell’informare di ciò che si è detto nelle sessioni sinodali, quello che ha fatto è stato di mettere in
moto, senza possibilità di marcia indietro, un processo di apertura della Chiesa ai problemi reali e concreti che, in questo momento storico, si pongono a tutti.
Ma quello che è accaduto è che, non solo si è messo in moto questo processo, ma, oltre a questo, il mondo si è accorto che nella Chiesa persiste molto vivo un settore importante di clero (a tutti i livelli) e di laici che identificano le credenze cristiane con posizioni immobiliste e intolleranti che, per di più, dal punto di vista della teologia più documentata, sana e ortodossa, sono posizioni indimostrabili.
E, pertanto, posizioni che nascondono pretese inconfessabili di potere e autorità che si orientano di più a mantenere intatta la “sottomissione” dei fedeli che a fomentare la “libertà” che nasce dall’affetto tra gli esseri umani.
La situazione è delicata. Bisogna evitare, a tutti i costi, un nuovo scisma nella Chiesa. Però non possiamo restare in modo incondizionato con coloro che identificano il cristianesimo con una religione centrata sull’osservanza di riti sacri, che produce ossessivamente sottomissione e gerarchie ancorate in un passato e in una cultura che non sono né del nostro tempo, né della cultura
in cui viviamo.
Un cristianesimo così, produce persone molto religiose e un clero fedele alle gerarchie ecclesiastiche che si identificano di più con i privilegi che offre loro il potere politico che con la libertà indispensabile per ottenere una società più giusta nella quale tutti i cittadini possano vivere in giustizia e uguaglianza di diritti.
Se il nostro progetto di vita vuole essere fedele a Gesù e al suo vangelo non abbiamo altro cammino da fare se non l’apertura al futuro che insieme dobbiamo costruire. E inoltre, se chiediamo verità alla Chiesa ed essere fedeli alla “memoria pericolosa” di Gesù, noi cristiani abbiamo nel cammino che ci sta aprendo e tracciando papa Francesco, l’itinerario certo che ci porta alla meta a cui aneliamo.

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