IL RITORNO DELLA NONVIOLENZA

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Antonio Greco*

Ricordate che cosa scriveva Italo Calvino nel suo libro “Le Città invisibili”? Abitando nell’inferno dei viventi abbiamo un solo dovere: individuare ciò che nell’inferno non è inferno e dargli visibilità.

C’è un filo invisibile che lega il mare Mediterraneo alle colline umbre e alla terra di Palestina- Israele, un filo fatto di resistenza civile, di speranza e di impegno per la pace. Da un lato, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla per Gaza, simbolo della solidarietà internazionale che sfida l’assedio e rivendica il diritto dei popoli a vivere liberi. Dall’altro, la marcia della pace Assisi–Perugia, la più antica e partecipata manifestazione italiana per la nonviolenza. Dall’altro ancora i poco conosciuti frammenti di resistenza nonviolenta presenti in Cisgiordania e in Israele.

Nascono da una stessa radice: la convinzione che la forza della coscienza, quando si traduce in azione collettiva, possa scuotere anche i muri più alti.

Non è stato sottolineato abbastanza il carattere nonviolento della iniziativa della Flotilla, che sarebbe piaciuto ad Aldo Capitini e che è in contrasto con alcuni slogan inutilmente oltranzisti del movimento Propal.

Non si tratta solo di un gesto simbolico, ma di un’azione concreta di disobbedienza civile globale. Abbiamo visto cittadini comuni, provenienti da tutto il mondo, che sfidano i divieti militari per affermare un principio universale: nessun popolo deve essere rinchiuso, nessun mare può diventare un muro.

La parola “nonviolenza” è spesso fraintesa come passività, ma la sua vera natura è quella di un impegno quotidiano e politico. Non è un atteggiamento di fuga, bensì una forma di lotta che mette al centro la dignità dell’altro. È una rivoluzione lenta, che si costruisce nei gesti, nei corpi, nelle relazioni.

In Italia, il pensiero e la pratica della nonviolenza hanno trovato casa nei movimenti ispirati a Aldo Capitini, filosofo, antifascista e fondatore della Marcia per la pace Perugia–Assisi. Capitini, già nel 1961, aveva intuito che la pace non è un punto di arrivo, ma un cammino collettivo da rinnovare ogni volta che la violenza sembra vincere.

Oggi, a più di sessant’anni dalla prima edizione, sul tema: Imagine all the people (Immagina tutte le persone vivere insieme in pace) la marcia Assisi–Perugia continua a essere un appuntamento fondamentale del pacifismo italiano. Non è un evento celebrativo, ma una piazza itinerante dove s’incontrano associazioni, scuole, sindacati, movimenti religiosi e laici.

Anche nel conflitto israelo-palestinese, la violenza non è l’unica tecnica usata. Nonostante la violenza abbia sicuramente un ruolo dominante, esistono movimenti nonviolenti che operano da tempo in quelle terre martoriate.

Penso a: Parent Circle-Families Forum, Woman In Black, Peace Now, Mehazkim, Women of the sun, Jewish Voice for Peace, BDS (Boycott, Disinvestment and Sanctions), Ta’ayush, Jewish Voice for Peace ed altri delle cui attività non è possibile dare in questa sede notizie. Queste sigle e questi movimenti sono ancora poco conosciuti e minoritari. Ma sono una conferma del fatto che c’è una volontà, già formata ed esplicita, di risolvere il conflitto israelo-palestinese in modo da poter vivere l’uno accanto all’altro, senza violenza.

La guerra economica, suprematista, imperiale, coloniale, affamatrice, omicida e stragista deride queste iniziative nonviolente. Esse sono cinicamente diffamate dai poteri violenti, sono aggredite da pirati statali e, spesso, anche non riconosciute né difese dalle chiese cristiane.

In tempi in cui le guerre tornano a devastare l’Europa e il Mediterraneo, la marcia Perugia-Assisi assume un valore ancora più urgente. Il suo messaggio è chiaro: non esistono guerre “giuste”, esistono solo vite spezzate. Camminare insieme diventa allora un atto politico, una risposta corale alla cultura dell’odio, contro la corsa al riamo.

I movimenti nonviolenti israeliano-palestinesi, la Flotilla e la marcia della pace, pur diversi nelle forme, condividono una stessa tensione etica. Tutti sfidano l’indifferenza, tutti dicono che la pace non è un dono dei potenti ma un diritto da conquistare con la partecipazione. Le loro rotte — una sul mare, le altre sulla terra — convergono nell’idea che la nonviolenza è il vero strumento di trasformazione del mondo. In un tempo in cui le armi parlano più delle parole, queste esperienze mostrano che un altro linguaggio è possibile: quello del dialogo, della cura, della resistenza civile.

È utile richiamare, a conclusione, quanto scriveva su questo giornale il 13 aprile 2017 Michele Di Schiena:

Nessuna rassegnazione, quindi, e nessuna caduta di tensione civile: ogni marcia di protesta contro gli autori e i fautori di qualsiasi forma di violenza, ogni appello in favore dell’uguaglianza e della fraternità, ogni veglia di preghiera, ogni bandiera arcobaleno esposta, ogni segno di pace esibito costituisce un piccolo-grande atto di elevata politica inteso a promuovere un fecondo coagulo di energie morali e sociali capaci di togliere dalle mani dei padroni del mondo, per restituirlo a tutti gli uomini, il diritto che essi hanno di decidere il loro futuro e il loro destino”.

11 ottobre 2025

* articolo pubblicato su Quotidiano di Puglia il 11.10.2025 col titolo “Marciare uniti contro le guerre, l’odio e il riarmo.”

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