ADANIA SHIBLI E “UN DETTAGLIO MINORE” DELLA PALESTINA

Antonio Greco

Recensire un romanzo di una scrittrice palestinese dopo il brutale attacco di Hamas di sabato 7 ottobre 2023, mentre continuano a piovere bombe su Gaza, può essere interpretato come un vezzo o una questione non prioritaria. Di fronte all’urgenza degli eventi certamente lo è.

Ma come si può negare che il conflitto Hamas-Netanyahu si stia combattendo non solo con le armi ma anche con il linguaggio e con l’uso politico dell’informazione?

In questi giorni, l’impressione è proprio quella che il racconto di ciò che sta accadendo in quella terra (a cui i cristiani danno il nome di Terra Santa, gli arabi Palestina e gli ebrei Israele), fatto dai media, inizi solo il 7 ottobre 2023. Sembra non esistere il passato di 75 anni o per lo meno sembra scivolare via, troppo in fretta, dalla nostra comprensione, lasciandosi dietro un profondo senso d’urgenza e d’impotenza allo stesso tempo.

Ma si può ridurre una qualunque vita e ancor di più una complessa vicenda a una data, a un solo giorno? La risposta è solo una: no. La storia, la esistenza è sempre fatta di più punti, perché la storia è scorrimento. Solo se si prova a riavvolgere il nastro di una vicenda si può entrare nel profondo dell’intera questione e combattere le comode mezze verità.

Riavvolgere il nastro: significa sbrogliare la matassa della complessità del vivere e determinare meglio il campo delle responsabilità nel tempo.

Riavvolgere il nastro: significa capire il contesto della vicenda e affrontare i drammi che la segnano nel profondo. Anche se al profondo, di fatto, non siamo più abituati. Viviamo in un mondo così superficiale, piatto e asfittico, che viene da essere pessimisti sulle sue capacità di affrontare i drammi.

Riavvolgere il nastro: si può fare in molti modi, scegliendo molte forme, dal saggio alla ricerca storica al semplice articolo di analisi, ma anche interrogando la letteratura, il teatro, l’arte e chiedendosi che ruolo hanno per questi tempi dolorosi e crudeli.

Il romanzo di Adania Shibli, Un dettaglio minore[1], è una magistrale narrazione: evoca il drammatico presente palestinese che non può prescindere dal suo passato.

La gestazione del romanzo è durata 14 anni, fino alla pubblicazione nel 2017 e alla traduzione in Italia nell’aprile 2021. Sfugge alla terribile cronaca di questi giorni e a qualsiasi forma di propaganda di parte tanto diffusa in queste ore.

Chi è Adania Shibli

Di origini beduine e palestinese “dell’interno” (così sono chiamati i discendenti dei palestinesi che nel 1948 rimasero a vivere nel neonato stato di Israele, stranieri o cittadini di minor grado nella loro terra), vive tra Ramallah e Londra. È impegnata nella ricerca accademica e nell’insegnamento.

È una delle autrici comprese nell’elenco dei giovani scrittori di lingua araba più promettenti individuati dal progetto Beirut39.

Il 20 ottobre scorso avrebbe dovuto ricevere il premio letterario LiBeraturpreis, un prestigioso riconoscimento destinato alle autrici del Sud Globale, alla 75esima edizione della Fiera del libro di Francoforte per il suo libro Un dettaglio minore.

Questa la motivazione della giuria, scritta molto prima dei fatti del 7 ottobre: l’autrice è stata in grado di «creare un’opera d’arte molto precisa dal punto di vista formale e linguistico che racconta il potere dei confini e cosa comportano le guerre per le persone. Con grande lucidità, Shibli [è riuscita] a volgere lo sguardo verso i dettagli più minuti, le sottigliezze che ci permettono di intravedere le vecchie ferite e le cicatrici che si estendono oltre la superficie».

In un comunicato del 13 ottobre gli organizzatori della Fiera del Libro di Francoforte hanno fatto sapere che, considerando l’attuale situazione in Israele e Gaza, la cerimonia di consegna del premio, prevista per venerdì 20 ottobre non si sarebbe più tenuta.

A marzo dell’anno scorso abbiamo assistito allibiti alla decisione dell’Università di Milano-Bicocca di cancellare un corso dello scrittore e russologo Paolo Nori su Fëdor Dostoevskij, allo scopo di «evitare ogni forma di polemica, soprattutto interna, in un momento di forte tensione», per poi fare marcia indietro.

La stessa sorte è toccata, in questo ultimo mese, a Patrick Zaki, Moni Ovadia.

Il filo rosso che lega queste vicende è il processo deumanizzante con cui all’improvviso l’intera identità di intellettuale viene ridotta a una bandiera: chi non si allinea alla logica della guerra è sostenitore di Putin e di Hamas. Oggi, nell’Europa democratica, una scrittrice palestinese sembra colpevole tanto quanto Hamas, e, ieri, un russista italiano sembra colpevole quanto Vladimir Putin.

La trama del romanzo

Un Dettaglio minore ha una trama molto semplice.

Due narrazioni, indicate semplicemente con 1 e 2, come se fossero due capitoli, si susseguono. Hanno due tempi diversi e tuttavia una è il prosieguo dell’altra o forse anche lo specchio dell’altra, uno specchio che riflette, in maniera non precisa, leggermente distorta, nella seconda quello che accade nella prima.

L’ambientazione è la stessa. Deserto, dune di sabbia, caldo soffocante, un cane che abbaia…

Tutto nasce da una vicenda reale e dal caso.

Il 13 agosto del 1949 è passato un anno dalla guerra arabo-israeliana da cui sarebbe nato lo Stato di Israele: guerra di indipendenza per gli israeliani e Nakba, catastrofe, per i 700.000 palestinesi cacciati dalla terra su cui avevano vissuto generazione dopo generazione. Un manipolo di soldati israeliani esplora il deserto del Negev per individuare eventuali accampamenti arabi. Tra le dune sorprendono un gruppetto di beduini con i loro dromedari: tutti vengono uccisi. Quel giorno una ragazza beduina – l’unica sopravvissuta del suo clan –, catturata e stuprata per giorni da un gruppo di soldati delle Forze di difesa israeliane, viene uccisa e sepolta nelle sabbie del deserto del Negev. Non serve più e puzza. Puzza di dromedario e benzina, odore animale e minerale, non umano, da cancellare.

Nella seconda parte, a Ramallah, una donna palestinese legge di quella violenza su un giornale israeliano e parte, sulla spinta (o l’ossessione) di un “dettaglio minore”, un’insignificante coincidenza di date, alla volta del Negev e di indizi che possano dare voce alla giovane vittima o forse alla sua necessità di comprendere le origini di un presente senza fine apparente.

Il finale è tragico.

Il titolo del romanzo

Il titolo “Un dettaglio minore” fa riferimento alla coincidenza della data del 13 agosto del 1949 con quella del 1974, data in cui, su quel medesimo suolo, viene al mondo la stessa Shibli. Ma il romanzo è pieno di dettagli minori. Potremmo definirlo una trama di piccoli dettagli, apparentemente insignificanti ma che sono la vera storia dietro la trama palese. Non conosciamo i nomi dei personaggi, del militare protagonista della prima parte della narrazione né della donna “detective”. Di lei non conosciamo il lavoro, l’età, l’esistenza. Il posto di queste informazioni “maggiori” è preso dalla descrizione penetrante di gesti, luoghi, sentimenti, del clima, del colore della notte e del giorno, dei loro suoni.

Il titolo esprime “il sugo della storia”, nascosto nella vicenda narrata: l’interesse per le cose ai margini della vita e il modo in cui i margini possano essere uno spazio dove proteggersi, nascondersi, non essere marginalizzati. Quando sei spinto ai margini o la tua vita è marginalizzata o considerata tale, può diventare una strategia salvifica trasformare questa marginalizzazione in una fonte di ispirazione, qualcosa di “maggiore”.

Al di là della letteratura

La mancanza di archivi, e la loro distruzione quando esistevano, hanno fatto sì che i palestinesi, come ogni altra popolazione occupata o colonizzata, non abbiano voce in capitolo su come viene scritta la Storia, in particolare quella che li riguarda. Giustificato è il fatto che, come spazio di scrittura affidabile, ricorrano alla fiction o/e al romanzo. Con riferimento alle microstorie di Carlo Ginzburg, la Shibli sostiene che “è stato affascinante scoprire che gli strumenti che io sentivo istintivamente necessari per superare i limiti della Storia, sono adottati anche dagli storici”.

La Nakba (che significa “catastrofe”), per i 700.000 palestinesi cacciati dalla terra su cui avevano vissuto generazione dopo generazione, non è fantasia. È un evento storico assolutamente accertato. Non mancano, anche in questo caso, gli imbecilli negazionisti.

Nel romanzo di Adania il passato si riflette nel presente. È un libro scarno e avaro di sovrabbondanza: i personaggi non hanno nomi ma abbondano i nomi dei villaggi spazzati via, il paesaggio è spoglio, dominano il Muro e i check-point; anche la violenza è un dettaglio minore; e poi c’è la paura, la paura, la paura, tanta paura che fa crescere nel lettore la tensione nell’aspettativa di quello che inevitabilmente accadrà.

La scrittrice è una donna palestinese decisa a dare voce non solo alla giovane vittima del 1949 ma a tutte le sofferenze delle donne, dei poveri, dei disabili, dei reietti, dei migranti, dei contadini del nostro Salento, di chiunque sia diverso dal gruppo dominante. “Ma un giorno i contadini del casale di Carignano si sono ribellati, nella terra dell’Arneo negli anni ’50, come gli aveva insegnato a fare il corpo delle tarantate attraverso gli anni, stagione dopo stagione”, così la Shibli scrive per Koreja in “Visioni”, Racconto scritto nell’ambito di Jawla Fi Salento, Diario mediterraneo tra Jonio, Adriatico e Capo di Leuca.[2]

La Shibli non dimentica di notare anche che l’invasione neoliberista seguita agli Accordi di Oslo ha contagiato anche la sua Palestina, nella diffusa idea che il dolore palestinese potesse essere risolto con il denaro e con una urbanizzazione che deprime le persone. Si costruisce con cemento che viene distrutto dagli israeliani e poi ricostruito, come fosse il suo destino: costruito perché sia distrutto.

Infine mi preme notare, da nonviolento attivo,  che il libro di Adania Shibli è  “un romanzo bruciante, una riflessione straordinaria sulla guerra, sulla violenza, sulla memoria, sulla sofferenza del popolo palestinese”, come scrive il suo editore italiano, ma è anche una voce di speranza:  “In fondo, sulla sinistra, c’è un edificio di cemento su cui compare la stessa scritta che ho visto poco prima in una delle fotografie del museo di Nirim la cui traduzione è: Non vincerà il cannone ma l’uomo” (pag. 109). La frase ritorna un paio di volte, nel romanzo, come luce che filtra da un pertugio.

10 novembre 2023


[1] Adania Shibli, Un dettaglio minore, La nave di Teseo editore, Milano, 2021, pp.129, € 17,00.

[2] Incontri letterari realizzati a cura di Monica Ruocco per Teatro dei Luoghi/Fineterra 2017

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