DON TONINO BELLO E LA CULTURA DELL’USO E GETTA

E’ apparso su Quotidinao di Puglia del 30.4.2022 questo articolo del prof. Carmine Pasimeni dell’Unile su don Tonino Bello intitolato dal giornale DON TONINO BELLO E QUEL MESSAGGIO CHE ARRIVA A TUTTI. In realtà l’articolo mette in risalto la critica che il vescovo pugliese conduceva contro la società consumistica e come cercasse “di demolire quegli idoli negativi che pervadono la vita quotidiana della gente, quali lo spreco, il consumo, il potere, ma soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Forse anche per questo – conclude Pasimeni – i suoi detrattori lo hanno ritenuto a suo tempo un vescovo scomodo, un sacrilego, un comunista. Come oggi dicono di Papa Bergoglio”.

La prima impressione che si ricava leggendo gli scritti di don Tonino è l’alta espressione comunicativa dei suoi interventi, chiari e facilmente comprensibili sia per chi ascolta sia per chi li legge, nonostante egli esprima concetti complessi sul piano teologico e filosofico. La chiarezza dell’esposizione, la parola coerente col gesto, deriva dal fatto che egli usa un linguaggio semplice e incisivo.

Riconduce tutto il filo del discorso a forme sintetiche, a quadri di sintesi, elencando per punti quelli che sono i precetti inderogabili per un cristiano, per la Chiesa, per la missione dei cristiani. L’interpretazione fedele del Vangelo, i riferimenti costanti al Concilio Vaticano II e alla dottrina sociale della Chiesa sono i punti fermi, imprescindibili, per collocare il pensiero e l’azione missionaria di don Tonino. Bene comune, pace, uguaglianza, solidarietà e convivenza, legalità e giustizia sociale, come anche la tutela dell’ambiente e la lotta alle mafie, sono i termini ricorrenti nei suoi scritti che rimarcano la sua fecondità apostolica, il suo essere un uomo libero e di Chiesa, a cui resta costantemente fedele nell’impresa della evangelizzazione dell’uomo. In essi, ad esempio, sorprende il riferimento ad aneddoti e canzoni molto popolari per rendere di facile comprensione un pensiero teologico profondo e per spiegare la SS. Trinità, oltre a interpretare in modo semplice e comprensibile i processi storici coevi. Egli utilizza, sotto forma conviviale, lettere e messaggi che di volta in volta invia ai suoi diocesani, al clero della sua diocesi (al quale raccomanda la semplicità dei discorsi per farsi capire dalla gente), ai politici di turno (ai quali richiama il senso di servizio, l’onestà e la trasparenza delle loro azioni, la credibilità dei comportamenti, l’attenzione agli ultimi). Per tutti invoca la parresia, ossia il «coraggio profetico di dire la verità senza peli sulla lingua e di chiamare le cose per nome», come è riportato negli atti degli apostoli. Così come utilizza i colloqui e gli incontri immaginari con Gesù, con la Madonna, con San Giuseppe, che è un suo modo di pregare ad alta voce e rendere partecipe i suoi fedeli. Uno dei più significativi è senza dubbio l’incontro e il lungo colloquio con San Giuseppe artigiano; in realtà, un lungo monologo del dicembre 1987 letto da don Tonino a conclusione del 42° convegno giovanile di Assisi sul tema Catturati dall’effimero. In esso «denuncia senza reticenze» il mercato, la logica del profitto, le cui leggi economiche, come è stato scritto, «distillano ricchezza per pochi dal lavoro dei molti».

È un dialogo ipotetico ad alta intensità morale con San Giuseppe, il falegname di Nazareth nell’attesa della nascita di Gesù. Don Tonino mette in relazione il lavoro artigiano, che ormai non esiste quasi più, e il lavoro in serie, che nella produzione ha soppiantato quello artigianale. «Un tempo anche da noi le botteghe degli artigiani erano il ritrovo feriale degli umili – egli scrive. Vi si parlava di tutto: di affari, di donne, di amori, delle stagioni, della vita, della morte». Le cronache di paese e l’innocuo pettegolezzo quotidiano erano al centro dei rapporti colloquiali. C’è in questo dialogo il significato e il valore del tempo, sia quello impiegato da un artigiano nel fare il proprio manufatto, sia quello delle imprese che realizzano nello stesso tempo gli stessi manufatti ma in serie, con la differenza che l’artigiano metteva nel lavoro prodotto un sentimento unico, che è l’amore; nel lavoro in serie vi è solo l’obiettivo del consumo. «Ed eccoli allineati, questi elegantissimi mostriciattoli dalla vita breve. Belli, ma senz’anima. Perfetti, ma senza identità. Lucidi ma indistinti. Non parlano. Perché non sono frutto di amore. Non vibrano, perché nelle loro vene non ci sono più i fremiti del tempo prigioniero». «Ma se oggi – egli continua – qui da noi, di botteghe artigiane è rimasto solo qualche nostalgico scampolo, non è tanto perché non si genera più, quanto perché ormai non si ripara più nulla». Del resto, come sappiamo, non vale la spesa riparare più un oggetto, un vestito, un giocattolo.

Tutto è portato al macero o conferito alle associazioni caritatevoli. La relazione che don Tonino stabilisce tra il lavoro artigiano e quello in serie in una civiltà del consumismo, dell’usa e getta, è la stessa relazione che stabilisce tra la produzione di beni e lo sfruttamento dell’uomo. «Il dogma dell’usa e getta è divenuto il cardine di un cinico sistema binario, che regola le aritmetiche del tornaconto e gestisce l’ufficio ragioneria dei nostri comportamenti quotidiani. Perciò si violenta tutto. E non soltanto le cose. Ma anche le persone. Queste valgono finché producono. Quando non ti danno più nulla, le molli, magari con tutte le cautele ipocrite della giustizia: gli alimenti alla moglie abbandonata, il mensile per il figlio chiuso in collegio, la retta per i genitori affidati al cronicario». Nella civiltà dell’usa e getta «i poveri vengono blanditi finché servono come gradini per le scalate di potere: dopo, allorché non sono più funzionali ai miraggi rampanti della carriera, non li si guarda nemmeno in faccia». Il corpo umano è degradato a merce di scambio, è divenuto spazio pubblicitario, come l’eros mercantile ha corroso alla radice i rapporti interumani. Non c’è, dunque da meravigliarsi, scrive don Tonino, se «tra le allucinanti simbologie di questa civiltà dei consumi, Rambo costituisca la testa di serie nelle graduatorie più gettonate della violenza. E tanto meno c’è da scandalizzarsi, stando così le cose, che il Presidente Reagan abbia detto, sia pur scherzando, che dopo aver visto Rambo, sa che cosa fare la prossima volta che dei cittadini americani verranno presi in ostaggio».

Ma il vero scopo del dialogo è di conoscere meglio Giuseppe «come sposo di Maria, come padre di Gesù, come capo di una famiglia per la quale ha consacrato tutta la vita» e capire fino a che punto un comportamento come quello di Giuseppe possa essere trasferito nella civiltà in cui viviamo, quella dell’usa e getta. S’inoltra quindi nel mistero di Maria madre e di Giuseppe padre di Gesù e si sofferma sul significato evangelico del pane («vincolo sacramentale con Maria» e «condivisione»), del vino (segno di «gratuità e di festa»), dell’acqua («simbolo di purezza e di armonia ecologica»). Una «trilogia di un’esistenza ridotta all’essenziale» che don Tonino vuole portare all’interno della sua Chiesa. Una Chiesa riconciliata con il mondo moderno, libera, povera, serva. Insomma, in una Chiesa del grembiule. E se qualcuno -egli dice- «mi chiederà qualcosa, spero di non aver null’altro da dare che questo: né denaro, né prestigio, né potere. Ma solo acqua, vino e pane». Ciò che cerca di demolire sono quegli idoli negativi che pervadono la vita quotidiana della gente, quali lo spreco, il consumo, il potere, ma soprattutto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Forse anche per questo i suoi detrattori lo hanno ritenuto a suo tempo un vescovo scomodo, un sacrilego, un comunista. Come oggi dicono di Papa Bergoglio.

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3 Replies to “DON TONINO BELLO E LA CULTURA DELL’USO E GETTA”

  1. Bellissimo articolo, grazie.
    Leggendo e ascoltando don Tonino (sui temi più disparati che ho potuto trovare) – senza pregiudizi su di lui perché fino a poco tempo fa lo conoscevo solo di nome (un nome facilmente memorizzabile… Era quello delle “frasi carine” sui segnalibri venduti nelle librerie cattoliche) – … Ecco, dal mio punto di vista, sarò forse ingenua… ma credo che un uomo come lui non è definibile “di destra o di sinistra”. Macché comunista! (È sufficiente scrivere sul Manifesto per essere comunisti?) . Neanche Papa Francesco lo è, e lo sappiamo bene noi che lo leggiamo senza taglia-copia-incolla dei giornalisti.
    La santità di don Tonino (che un non credente potrà forse definire un’eccellenza di umanità) va molto al di sopra dei “partitismi”. Le sue stesse posizioni (politiche?), dopo che ho udito la sua voce nelle tante registrazioni disponibili, arrivano alle mie orecchie come proposte d’amore che invitano tutti quanti ad impegnarsi, con il presupposto di “camminare insieme” (nel nome di Cristo, non nel nome di un partito) e di vedere come trovare al meglio la soluzione per arrivare alla Pace (se consideriamo il tema della Pace sul quale don Tonino ha lavorato tanto).
    Il fatto che un “uomo di Chiesa” abbia anche le sue preferenze politiche o partitiche (nel momento storico in cui è vissuto su questa terra) non costituisce il fatto più importante per un cristiano cattolico. Nel caso di don Tonino, questo mi appare più lampante che mai.
    Per quanto mi riguarda, lui ha seguito Gesù Cristo in modo ammirevole, ammirabile, altissimo, fortissimo… E finora non ho trovato niente che andasse contro la “dottrina” della Chiesa… Anzi, egli fa degli approfondimenti dottrinali e teologici eccezionali… In qualche sito l’ho trovato anche “abbinato” a discorsi di Benedetto XVI (papa Ratzinger) e ho apprezzato chi ha colto tali profondità di pensiero – davvero “abbinabili” e complementari!
    Eh, niente… Questo commento è per ringraziare l’autore di questo ottimo articolo e per confermare che io non sono “di sinistra” (neanche un po’) e che sento molto vicino il pensiero di don Tonino. Perché per me è cristiano e basta. (Come lo era ad esempio, San Massimiliano Martire, considerato il primo “obiettore di coscienza” della cristianità – il quale non ha detto neanche una parola contro i soldati cristiani, anzi li ha difesi. Ma lui ha fatto l’obiettore. È questo il punto: i cristiani entrano nella Storia per portare il proprio contributo all’umanità, cercando di agire al meglio. Brillando di più o brillando di meno… E questo, mi risulta, l’ha detto anche don Tonino, cioè ha detto che non era il successo mondano a determinare la miglior riuscita nell’essere cristiani).
    Concludo osservando che … Neanche quando don Tonino augurava ai fedeli diocesani di sentirsi dei “vermi” , neanche allora ho avvertito accuse da parte sua… Ma ho percepito chiaramente che era un vero augurio di cuore, un augurio buono, cioè il sentirsi “vermi” poteva essere una bella tappa (per un cristiano) sulla via del miglioramento… Ora, ditemi pure che sono scema, ma io nelle sue parole – quelle degli “auguri scomodi” – ho sentito solo tanto amore per la gente.
    E considerando i motivi per i quali lui definiva “vermi” o “ipocriti” certi comportamenti (davvero da vermi e da ipocriti!)… Dubito che avrebbe giudicato male qualche persona in base al suo eventuale voto (di destra, di sinistra, o di centro). Ne sono assolutamente sicura. Cioè sono sicura del suo non-giudizio e del suo non-rimprovero.
    E questo è l’effetto che fanno i santi.
    Grazie ancora 🙂

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    1. Grazie Francesca qui in Puglia lo abbiamo conosciuto di persona negli anni ‘80 e siamo un po’ sorpresi dalla esaltazione da parte di chi l’aveva osteggiato o ignorato in vita con l’accento, oggi, sulla sua ortodossia. Nulla di nuovo nella chiesa cattolica mi pare. Personalmente ciò che mi ha colpito di più nn sono state tanto le parole, che maneggiava con indubbia abilità, ma ciò che faceva: il suo episcopio ospitava costantemente senza tetto, si rifiutava di partecipare a parate militari, non benediva gagliardetti, andava sotto le bombe come operatore di pace! Buona domenica. Maurizio

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  2. Ciao Maurizio, grazie a te per la risposta.
    (E tra parentesi, anche il mio interesse è cominciato da ciò che don Tonino faceva… Partendo dalla fine, dal suo comportamento e dalle sue parole durante la terribile malattia. Solo in un secondo momento sono risalita al resto delle sue attività… Arrabbiandomi anche un po’ perché nessuno me ne aveva mai parlato prima e, francamente, le frasette che troviamo oggi sui cartoncini non suscitano particolare interesse… Quindi oggi, io direi che in generale ho visto un appiattimento più che un’esaltazione. In Puglia sarà diverso per ovvi motivi. Speriamo che si arrivi presto alla beatificazione + santità, così si arriva al cosiddetto “culto pubblico nella chiesa universale”… E la Chiesa avrà il compito di farlo conoscere in tutto il mondo).
    Tu dici “niente di nuovo nella chiesa” … Per me, sul discorso “ortodossia”, quello che purtroppo è storia vecchia è lo scambiare la Dottrina con la Pastorale. E questo vale sia per cattolici praticanti che per osservatori esterni che ci guardano… Tipo i giornalisti che scrivono con poca cultura alle spalle. Mi spiego: che don Tonino sia ortodosso (in parole e opere) non ci piove – e vorrei proprio sapere cosa dicevano quelli che affermavano il contrario!!
    Se guardiamo ai tempi attuali… Io credo che adesso, dal Nord al Sud, se un vescovo OGGI si rifiutasse di mettere a disposizione i locali diocesani, anche vescovili o parrocchiali e quant’altro per ospitare profughi e poveri e immigrati… Beh, quel vescovo sarebbe aspramente criticato (da destra e da sinistra).
    Dunque… Presumo appunto la solita storia: ci può essere stato qualcuno che non condivideva le decisioni pastorali cioè il modo di tradurre in azioni la dottrina cristiana (che può essere ampio e vario, entro certi limiti, in base al luogo e alle epoche storiche)… E allora qualche “hater”, dall’alto della sua ignoranza, si mette a lanciare accuse di non-ortodossia dottrinale, solo perché non gli piace lo stile pastorale.
    Non lo so… Sarà che negli anni 80 ero ancora troppo piccola… Quello mi ricordo – qui Veneto – è una Chiesa divisa in due: da una parte c’erano i “dormienti” e dall’altra parte i “fondamentalisti” (in senso religioso, religioso di stampo progressista protestante – tipo quelli con i tamburi che urlavano le canzoni a Messa 😁 e facevano proselitismo simile ai TdGeova ) … Non potendo io stare né con gli uni né con gli altri, scappai a gambe levate. Mi ci sono voluti anni di esperienze di vita (e anche di studio) per rientrare in chiesa e capire che la Chiesa era altro – al di là dei comportamenti, magari cristianamente e umanamente erronei, di questo o di quello. Oggi io non posso vedere don Tonino “in azione” come l’hai visto tu… se non attraverso vecchi filmati (google santo subito). Ma proprio grazie alla capacità di parlare e di scrivere don Tonino riesce a comunicare una spiritualità che incoraggia all’azione, alla pratica quotidiana. Poi, tu troverai il tuo modo di farlo, io troverò il mio… Tu da una parte politica, io da un’altra. Comunque sia… L’esempio di questo vescovo è davvero grande, porta valori universali, cammina insieme a Cristo incarnato e ce lo dimostra, e – per chi ama un po’ la storia della Chiesa – lui riprende, nello stile, perfino i vescovi antichi, attivi h24 con la gente, senza tralasciare preghiera, dottrina, liturgia, scritti e predicazione. Eh, insomma, … Avete avuto l’onore di stare con un grande santo 🙂 che era solo “vostro”… Adesso, procedendo con la beatificazione, se Dio vuole gli darà da lavorare in modo visibile in tutto il mondo. (Altrimenti, se resta solo “venerabile”, lavorerà come santo invisibile… Come la maggioranza dei nostri santi. Ma sempre santo è. E il “grado” di santità non dipende dal titolo sul calendario. Questa, lo saprai, è dottrina cattolica. Il calendario ha la funzione “pedagogica” – per noi credenti è suggerita da Dio stesso alla Chiesa – per mettere in evidenza determinati valori in determinati periodi storici o per aprire a nuove spiritualità).
    Oh cavoli… Ho fatto una predica 😁 . Mò vedi tu se è il caso di pubblicarmi… Cioè, sarò digeribile per i vostri lettori?
    Comunque:
    Grazie don Tonino!
    Grazie terra di Puglia!

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