MONACO IN RIVA AL MARE

Antonio Greco

Una buona lettura è un’ascia che frantuma il ghiaccio interiore, un pugno che martella il cranio.

Le letture, le voci, le esperienze che ci liberano non sono mai quelle che ci tranquillizzano o rassicurano ma quelle che con una spallata, con un pungolo incrinano le certezze o le indifferenze, le scompaginano per “lanciarci oltre”.

Mi sono imbattuto in una antologia particolare e, in parte originale, perché non è solo un’antologia.

Armando Buonaiuto[1], un giovane curatore del collaudato festival Torino Spiritualità, è l’autore del libro “Racconti spirituali”, stampato e pubblicato nel mese di dicembre 2020 da Einaudi.

Il testo raccoglie 18 racconti brevi, raggruppati in nove sezioni, di autori rilevanti e famosi nel territorio della letteratura. E’ tardi? Contiene tre racconti di Dino Buzzati (1906-1972), Guy de Maupassant (1850-1893), Giovannino Guareschi (1908-1968); Essere mani, tre racconti di Rainer Maria Rilke (1875-1926), Natalia Ginzburg (1916-1991), Raymond Carver (1938-1988); Un passo a lato, due racconti di John Fante (1909-1983) e di Federigo De Benedetti (1937); E un po’ di compassione, un racconto di Vasilij Grossman (1905-1964); Poveri cristi, due racconti di Hermann Hesse (1877-1962) e di Jorge Luis Borges (1899-1986); La vita non sa di niente, un racconto di Friedrich Durrenmatt (1921-1990); Ribattere il filo, un racconto di Varlam Salamov (1907-1982); Guardando dentro il tempo, due racconti di Olga Tokarczuk (1962) e di Anton Cechov (1860-1904); Appuntamenti luminosi, tre racconti di Antonio Tabucchi (1943-2012), di Wilhelm Heinrich Wackenroder (1773-1798) e di Chandra Livia Candiani (1952)[2].

La novità antologica è data dal fatto che ogni sezione è conclusa con un breve commento di Armando Buonaiuto, “in cui -scrive- ho cercato di inquadrare la tensione spirituale che affiora dalle loro pagine” e ha accorpato in sezioni uno o più racconti “per portare alla luce alcune affinità sotterranee che li attraversano e che mi è parso opportuno indagare”.

 Il criterio di scelta dei “racconti spirituali

Non è facile accostare l’aggettivo “spirituale” al sostantivo “racconti”. Quest’ultimo richiama certamente un canone letterario che ha trovato nel XIX e XX secolo una certa fortuna (i racconti di Verga, Capuana, De Amicis, Palazzeschi, Moravia, Calvino). Ma all’autore interessa lo specifico “spirituale”.

Il libro esclude le forme di narrazione ovvie su cui l’aggettivo “spirituale” è particolarmente calzante: le parabole cristiane, i racconti chassidici, le storie sufi, i koan buddisti, “strumenti di lavoro” sorti in seno alle diverse tradizioni religiose per insegnare, ispirare e rivelare. La selezione è costruita su un criterio soggettivo: condividere con altri lettori l’effetto che negli anni alcune pagine di letteratura hanno avuto sull’autore, “orientando con fosforescenze improvvise e robusti scossoni la mia ricerca interiore” (pag. 3). La motivazione di questo criterio soggettivo è così specificata: “Selezionare i testi secondo altri criteri che non fossero il mio sentire, ad esempio appellandomi all’evidenza del genere letterario, sarebbe stato ugualmente arbitrario: quali stilemi fanno di un pugno di pagine un racconto «spirituale»? Io non lo saprei dire” (pag.3).

Il criterio soggettivo di selezione scelto ha due condizioni: “ogni racconto che proporrò dovrà avermi catturato e allo stesso tempo fatto sentire libero. Cattura e liberazione, essere “contenuto da” e sentirmi “slanciato oltre”. Quando durante la lettura mi è accaduto di sperimentare su di me queste due condizioni, ho avuto la certezza di trovarmi nel mezzo di un racconto spirituale” (pag. 4).

Alcuni autori selezionati, lungo un arco di tempo che va dagli ultimi anni del Settecento fino ai nostri giorni, hanno molta familiarità con il divino e con lo spirituale religioso, altri sono rimasti sulla soglia che separa il quotidiano dal mistero, altri si sono misurati a lungo con qualcosa che forse assomiglia alla nostalgia di una fede lasciata alle spalle. C’è chi ha stigmatizzato una religiosità che parla di salvezza ma è troppo aspra per conoscerla e viverla, e c’è chi ha chiamato in causa l’ipotesi di Dio per farsene beffe. In ogni caso tutti gli autori (15/18) e le autrici (3/18) di questi racconti “hanno dato spazio a una dimensione che oltrepassa la nostra scala di grandezza” (pag.4).

Secondo l’autore la letteratura (e in questo caso i 18 racconti) può fregiarsi dell’aggettivo “spirituale”:

  • quando fa scintillare il mistero dalla maglia del quotidiano che si allenta;
  • quando ci ricorda l’esistenza di un filo teso tra umano e divino facendoci sfiorare da una forza antica quanto l’uomo stesso e i racconti ci catturano e insieme ci liberano;
  • quando ci fa vedere la soglia che separa il quotidiano da una dimensione sconfinata e forse inaccessibile, dove qualcosa che riverbera – di cui intuiamo appena il disegno – ci attrae senza sosta;
  • quando proviamo il desiderio improvviso di sbirciare al di là della nostra finitudine, dove l’esperienza umana e l’intangibile s’incontrano in forma di preghiera, di imprecazione furiosa, di boato assordante.

Cosa accade ai personaggi che abitano i racconti di questa raccolta

Un prete dal cuore di pietra è ammorbidito da una notte di luna.

Un pastore eremita, penitente e santo, amico silenzioso di piante, pietre e animali, spettatore tremante delle epifanie divine e orecchio generoso prestato alle sofferenze di donne e uomini in cerca di conforto, forse ha parlato con Dio.

Un professore è trafitto dalla saggezza nascosta del suo peggiore studente.

Una donna racconta come, con il presepe di Bardo, si possa prendere cura anche di chi non c’è piú.

Bellissima è l’epopea di un mulo capace d’amore in un mondo in guerra.

“C’è anche il caso che Dio abbia fame e ci tocchi di sfamarlo/ forse muore di fame e ci tocchi sfamarlo/ Forse muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre/ «Sotto una coperta sudicia, piena di cimici»”.

Il racconto di ciò che si dicono due autisti in un carro funebre.

Quale è il dramma di due figure marginali nel racconto biblico del sacrificio di Abramo e Isacco: l’anziano ariete del gregge e il suo agile ragazzo.

Una meravigliosa favola orientale di un santo nudo.

Ed altro.

Il paradosso, il disvelamento e il rovesciamento sono elementi essenziali della ricerca di Buonaiuto. 

E i suoi commenti alle nove sezioni in cui sono raccolti i racconti, con una scrittura molto efficace, attraggono il lettore tanto quanto e, forse più, degli stessi racconti. Il commento di Buonaiuto fa sostare il lettore, con rimandi biblico-letterari e annotazioni efficaci, sulla soglia che separa il quotidiano da una dimensione sconfinata e forse normalmente inaccessibile, dove qualcosa che riverbera – di cui intuiamo appena il disegno – ci attrae senza sosta.

Ma il libro di Buonaiuto ha un altro elemento che lo rende ancora più attrattivo: il saggio iniziale “La parola efficace” firmato da Gabriella Caramore[3]. Il saggio risponde ad alcuni interrogativi da cui è difficile sfuggire per chi affronta il tema dello spirituale nel racconto.

La forma racconto, travolta dal vorticoso trasformarsi delle nostre modalità comunicative, può ancora sopravvivere?

L’attività del narrare, anche se condizionata dalla tecnica, dalla scienza, dalla elaborazione tecnologica, è inimmaginabile che possa esaurirsi fino a che esiste qualcosa che può chiamarsi avventura dell’umano sulla terra.

Il racconto spirituale è legato necessariamente alla religione?

Certamente all’inizio il narrare dell’uomo era impastato di visione mitologica, poi il linguaggio si è emancipato e ha trovato i diversi canali espressivi per dire la misurazione matematica, la folgorazione poetica, la descrizione dell’universo, del diritto, dell’economia, del dolore e dell’amore, della cura e dell’ardore e dell’indifferenza. Ma anche oggi di ogni cosa si può fare un racconto. “Anzi, come diceva Pierre Janet, «ciò che ha creato l’umanità è la narrazione». Ma forse è a questa spinta che muove il vivente a uscire da sé per incontrare l’altro – o l’universo – che possiamo attribuire oggi il nome di narrazione «spirituale»” (pag. IX).

Sono nati i generi, che hanno arricchito il linguaggio di enormi potenzialità ma lo hanno rinchiuso in gabbie autoreferenziali, occludenti, esclusive. L’esempio dei linguaggi religiosi è eloquente. Nei lunghi momenti fondativi credenza e conoscenza, norme morali e sussulti politici si amalgamavano, si incrementavano gli uni con le altre. Poi pian piano le codificazioni hanno prevalso, fino a rendere i linguaggi del religioso obsoleti, aridi, avulsi dalla vita degli esseri” (pag. VII).

Si può recuperare il senso originario del termine spirituale?

“La parola spirituale è troppo legata a un contesto chiesastico, o troppo generica nella sua adattabilità agli ambiti diversi; troppo disancorata da una complessità del vivere umano che contempla, insieme e non separatamente, spirito e carne, anima e corporeità; troppo poco intrisa di storia, troppo disincarnata rispetto alla ruvida realtà terrestre. É stata usata per imprimere un marchio di separatezza all’esperienza religiosa, come se questa potesse essere avulsa dalla materia del vivente. Ed ha incoraggiato un malcelato senso di superiorità rispetto ad altre esperienze di umanità. Oggi però è possibile –almeno restando dentro la tradizione d’Occidente- recuperare il senso originario del termine spirituale come qualcosa che attiene massimamente a ciò che vive: il soffio che esce dal Signore, quella ruach dalla quale genera il mondo è, nella grande narrazione biblica, ciò che imprime vita alla terra e a tutto l’universo. É quel soffio di vita e di senso che, come il vento, non si sa dove viene e dove va. Ma è anche il respiro, quieto o in affanno, che fa dell’uomo quell’essere erratico che è, capace di caduta e di slancio, di entrare nel profondo di sé stesso e di sporgersi oltre la propria finitudine” (pag. IX).

A quali forme artistiche si addice il termine spirituale?

Non a tutte le forme artistiche né a tutte le forme di narrazione. “Ma tutte le procedure narrative che virano verso l’essenziale e svelano una qualità intima e fino ad allora sconosciuta del vivente, che spalancano uno squarcio di realtà in una piega della vicenda terrestre, che lanciano un invisibile ponte tra ciò che si annida nel cuore umano e ciò che lo supera, lo trascende, e lo ignora – a queste forme del narrare si può attribuire la qualità di «spirituali»” (pag. X-XI).

Gabriella Caramore indica, in modo concreto, anche oltre i racconti selezionati da Buonaiuto, come esempio di questa accezione del termine spirituale, alcuni racconti che si distaccano da una religiosità tradizionale, altri racconti in cui la direzione dello «spirito» assume movenze del paradosso e altri ancora che disvelano, che mettono a nudo una verità rimasta sepolta.

Dalla cronaca possono emergere racconti spirituali?

La risposta è positiva. La Caramore cita la storia del piccolo corpo senza vita di Alan Kurdi, che ha smosso le coscienze della parte meno spietata dell’Occidente, i malati di covid-19, morti nella sofferenza e nell’abbandono, i volti e le storie delle giovani donne di Bielorussia che hanno sfidato una dittatura infame, il volto e la storia di Ebru Timtik morta dopo 238 giorni di sciopero della fame per chiedere processi giusti in Turchia, il volto di George Floyd, vittima nera di un feroce assassinio bianco, e il volto di Willy Duarte. E cosa raccontano questi fatti di cronaca? “Ci raccontano l’essenza spirituale della precarietà di ogni vita umana, della feroce banalità del male, della fragile tenacia del bene”.

I racconti di cronaca soppiantano il racconto letterario?

La risposta è negativa. “Se Il racconto di cronaca è capace di mobilitare coscienze, il racconto letterario le affina, le feconda, le prepara, per così dire. Le fonda. Non si tratta di attribuire qualità pedagogica al racconto letterario. Ma, come dice Levinas, «l’arte rende possibile la comprensione dell’essere». Rende possibile una «vita spirituale». La bellezza, l’arte, il narrare vivono del paradosso di non essere «utili» ma «necessarie». Necessarie a tentare di accostarci, e di sostare, interrogandole, alle esperienze più estreme, più difficile a dirsi dell’esistere. La morte. L’amore” (pag. XVIII).

Non so se il libro di Buonaiuto è utile per distogliere lo sguardo che molti di noi hanno ripiegato solo in casa propria. Non so nemmeno se è utile per collegare la “fede” (personale e comunitaria) alla “vita” così come si manifesta con i suoi drammi nel mondo intero, oltre i propri limitatissimi confini sempre più ristretti al proprio benessere esistenziale, spiritualità compresa. Può apparire un libro da salotto letterario. Ma non è così.

C’è in noi un bisogno di “profondità” che spesso trascuriamo. La capacità di spingersi sull’ulteriore, di percepire la fenditura che fa passare un barlume di luce in ogni brandello di umanità offesa e calpestata senza lasciarsi intrappolare dal materiale, soggettivo o collettivo, e/o da un immaginario distorto e corrotto, ha bisogno di esercizio e di affinamento. All’uomo moderno, molto più della religione, l’arte, la letteratura e la musica fanno sperimentare che il mondo è ben più grande di quel che vediamo, che esistono universi, nella nostra mente, immensi. Gli occhi, che si nutrono di presenza, possono anche per una volta chiudersi e lasciare spazio all’immaginazione del cuore. Il libro di Buonaiuto corre su questa traiettoria.

La ricerca di Buonaiuto si sintetizza nell’immagine della copertina del libro: l’opera d’arte Monaco in riva al mare di Caspar David Friedrich esposto a Berlino: “una piccola figura umana si trova al cospetto di un’enormità indefinita dove terra, mare e cielo si fondono: da una parte l’ordinaria misura dell’uomo e, tutto intorno a lui, una dismisura senza appigli. Ma è proprio grazie a questa sconfinatezza che il limite umano si disfa in una vertigine d’infinito, e qualcosa di potente e inatteso può riverberare dentro di noi” (pag. 5).

I racconti di questa antologia, i commenti di Buonaiuto e il saggio di Gabriella Caramore ci ricordano che la intensità spirituale è la percezione dell’esistenza di un filo teso tra esperienza umana e l’infinito. E che quando entrambe si incontrano fiorisce la preghiera o l’imprecazione. Mai la indifferenza. Sempre la liberazione.

27 dicembre 2020


[1] E’ nato a Torino nel 1974. E’ laureato in Lettere Moderne indirizzo “Storia e critica del cinema” presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Torino. Dal 2011 è curatore della manifestazione “Torino Spiritualità”. Insegna nei progetti di formazione giornalistica che la Rai svolge nei Balcani e in Africa. Curatore d’arte freelance, coordina laboratori teatrali per persone con disabilità e lavora a progetti di recupero delle vittime della tratta.

[2] Racconti spirituali, a cura di Armando Buonaiuto con uno scritto di Gabriella Caramore, Einaudi, dic. 2020, pp. I-XIX, 1-242. Il testo contiene anche brevi biografie degli autori dei racconti e le Fonti delle citazioni sia del saggio di Caramore che dei commenti di Buonaiuto.

[3] E’ nata a Venezia e vive a Roma. Saggista, autrice di trasmissioni radiofoniche e di radio-documentari, dal 1993 ha curato e condotto Uomini e profeti di Radio3. Il suo interessante sito è www.gabriellacaramore.it

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