UNA LETTURA INUTILE E RIDUTTIVA DELLA ENCICLICA “FRATELLI TUTTI”

Su Quotidiano di Puglia del 5 dicembre 2020 è stato pubblicato l’articolo che riportiamo di seguito di Antonio Greco (La Chiesa, la funzione della proprietà privata e le disuguaglianze sociali da combattere)  suscitato da un intervento nella edizione del 1 dicembre dello stesso giornale di Luigi Manca (La Chiesa e la funzione sociale della proprietà), docente di Patrologia e vicario generale della Diocesi di Lecce.  Papa Bergoglio aveva affermato nella enciclica: “Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario…..Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica.” Commentando queste forti affermazioni del papa, Manca prima richiama il n 2403 del Catechismo della Chiesa Cattolica (“Il diritto alla proprietà privata acquisita o ricevuta in modo giusto, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio”), poi tratta in pochi righi il riferimento dell’enciclica  (n.119) a quanto detto in proposito da Giovanni Crisostomo, Basilio, Ambrogio, e Gregorio Magno dilungandosi su Agostino “che ritiene che chi possiede molti beni, non può e non deve usarli ad esclusivo proprio vantaggio”. Ne viene fuori un quadro paternalistico dove il ricco deve usare con magnanimità della sua ricchezza “Esamina quante cose Dio ti ha date e da quelle togli quel che a te è indispensabile, quel che ti rimane di superfluo è necessario agli altri”. Manca giunge persino a considerare quella di Agostino una anticipazione di Fratelli Tutti: “Egli arriva a dire che un giorno il povero non dovrà più ringraziare il ricco, perché non avrà più bisogno del suo aiuto”.

Niente di nuovo, l’edulcorazione del tema della ricchezza nella morale cristiana e cattolica è argomento vetusto, mentre è molto attuale la “diluizione” della portata sul piano sociale e politico della affermazione di papa Bergoglio. Le disuguaglianze per molti si vincono con l’elemosina, ma non è questo che dice Fratelli Tutti. Simili interventi denotano anche non basta rifarsi ai padri della chiesa che vivevano in un’epoca in cui non esisteva il capitalismo e il neoliberismo e che la teologia non può prescindere dalle scienze moderne senza correre il rischio di fare archeologia dei testi. Inoltre, se la proprietà privata è un “un diritto naturale secondario”, questo ha delle conseguenze sui patrimoni di noi tutti compresi quelli delle chiese.

Antonio Greco

Porta la data del 21 novembre 2019 l’ultimo articolo che Michele Di Schiena, morto il 28 giugno u.s., ha inviato al Nuovo Quotidiano di Lecce su cui sono stati pubblicati, in oltre vent’anni, all’incirca 700 articoli, che un gruppo di amici sta raggruppando, insieme ad altro materiale, in un “Archivio per l’alternativa Michele Di Schiena”.

Il 2 giugno del 2010 Michele, da par suo, così sintetizzava i principi costituzionali a cui ispirava la sua riflessione di uomo, di magistrato e di credente. Il nostro Paese ha scelto di essere: “una Repubblica «fondata sul lavoro»; una democrazia che proclama la pari dignità sociale di tutti i cittadini (…); uno Stato soggetto attivo nei processi economici per coordinare l’attività produttiva e indirizzarla verso una maggiore giustizia sociale e un più diffuso benessere; (…) un ordinamento che dovrebbe informare il sistema tributario a «criteri di progressività” (…).

Il suo ragionare pacato e martellante per anni, su questi temi mediante una documentata critica al neoliberismo, appare fortemente sintonizzato con l’enciclica di papa Bergoglio “Fratelli tutti”, che Michele non ha avuto la fortuna di leggere.

Per anni alla scuola di Michele su questi temi, mi hanno sorpreso le riflessioni di Luigi Manca (Docente di Patrologia-Vicario generale Diocesi di Lecce) su LA CHIESA E LA FUNZIONE SOCIALE DELLA PROPRIETÀ, pubblicate sul Nuovo Quotidiano del 1°dic. 2020.  La lettura del pensiero di Bergoglio sul tema da parte del teologo leccese, se da una parte appare interessante per i riferimenti patristici, dall’altra è del tutto sconnessa, come invece fa il papa, “dall’angosciante quadro in cui una piccola parte dell’umanità vive nell’opulenza, mentre a un numero sempre maggiore la dignità è sconosciuta e i loro diritti umani più elementari sono ignorati o violati”.

L’enciclica si inserisce nella tradizione cristiana che non ha mai riconosciuto come intoccabile il diritto alla proprietà privata. Finora, però, non era stata usata l’espressione “proprietà privata come un diritto naturale secondario” (n. 120 di FT). Ma non è questa la sola novità.

La dottrina sociale della chiesa così come codificata prima di Fratelli tutti, nasce in un regime di concorrenza con il mondo e, in particolare, con quella alternativa socialista-comunista. Anche temporalmente insegue chi per primo ha teorizzato cambiamenti di una società ingiusta e degradata. Si consolida, poi, in un contesto di una chiesa profondamente segnata dal conflitto con la modernità che l’ha saldamente condotta e mantenuta ancora oggi su posizioni conservatrici. Invece l’enciclica di papa Francesco, pur senza novità concettuali, ha una prospettiva nuova. Nell’enciclica è chiaro un cambio di passo. Si pone non contro ma dentro la modernità: avoca a sé il monopolio della critica al sistema sociale, invoca una trasformazione delle istituzioni laiche, indica orizzonti nuovi di cambiamento e di trasformazione radicale, si pone come lievito della modernità. In totale assenza di voci alternative laiche, traccia con autorevolezza e credibilità, in una visione realista della realtà, orizzonti culturali, sociali, economici, politici, istituzionali che è difficile trovare negli attuali gruppi dirigenti politici ed ecclesiastici. Diventa così punto di trascinamento, di apertura di sguardi nuovi e di processi innovativi per costruire un mondo più umano e più giusto.

Il problema serio per tutto il magistero di papa Bergoglio è la recezione, soprattutto per la chiesa, se ci tocca anche leggere improprie letture di teologi.

Entrambi, Bergoglio e Di Schiena, il papa e il magistrato, con ovvia e diversa autorità e provenienza, sono “gemelli di pensiero”, come ha scritto Adista n. 43 del 5/12/2020.

Entrambi intravedono la necessità di un’alternativa al disastro dell’unico attuale modello di sviluppo sociale ed economico.

Entrambi attribuiscono valore alternativo a “un progresso materiale e spirituale della società”, che significasconfiggere la miseria diventando più eguali e più poveri. Si diventa più uguali, tassando con equità i patrimoni e i consumi dei ricchi ed estendendo il più possibile i beni di tutti: la salute, l’istruzione, il paesaggio, la terra, la casa. Si diventa più poveri, per fratellanza e non per miseria, con un tenore di vita essenziale.

Entrambi, disturbatori dei poteri forti, sono uomini di speranza. In fondo al tunnel, forse molto lungo, ci aiutano a intravedere, in questi tempi così difficili, “una svolta già in atto ma ignorata”.

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