LA FEDE DI PADRE DAVID E IL CONCILIO di Raniero La Valle

Scritto per il 100° anniversario della nascita di David Turoldo (29 novembre 2016)

Purtroppo io non sono stato al funerale di padre Turoldo. Siamo stati amici per una vita, abbiamo lavorato insieme, pregato tante volte insieme, dopo il Concilio fino alla sua morte. Ma al funerale non ci sono andato, ero in Puglia per un convegno importante di cui ero relatore, lui non avrebbe voluto che venissi meno a quell’impegno. Così mi è mancata l’esperienza fisica della sua morte, non ho potuto elaborare, attraverso la liturgia delle esequie, il passaggio di padre David dalla vita alla morte, dalla sua corporeità alla vita nascosta in Dio.

Così per me David è rimasto sempre presente nella sua fisicità, con quelle sue grandi mani, l’alta statura, lo sguardo fiammeggiante; come lo ha descritto il suo amico padre Camillo de Piaz, fin da quando era ragazzo, “Lui era uno spilungone alto e lento, una presenza fisica ingombrante, a sé e agli altri, fin da allora di pelo rosso, poi trascolorato col tempo in un biondo meno inquietante”. Così per me è rimasto padre David, anche ora, un uomo di carne, uno spirito incarnato.

Di questo essere di carne di padre David vorrei ricordare due momenti, uno iniziale, uno finale della sua vita.

Quello iniziale riguarda la fame, anzi riguarda la polenta. Quello finale riguarda la malattia, riguarda il suo cancro.

Perché questi due ricordi così ruvidi, in un’occasione così spirituale come è questo convegno?

Perché da questo uomo di carne, noi abbiamo avuto un dono di rivelazione dello spirito, e non di uno spirito qualunque, ma dello spirito di Dio.

Come poeta, come liturgo, come prete e come uomo padre David è stato una rivelazione di Dio. La sua fede non era una fede introversa, un tesoro geloso, ma era un’epifania, era una trasparenza

Io ho spesso detto, parlando di lui, che le sue poesie, non meno dei salmi, degli inni che traduceva, erano delle pagine di rivelazione: parole umane, certo, ma intrise di sapienza divina, come quei tre versi folgoranti con cui David voleva consolare Dio per tutte le sbagliate preghiere con cui era invocato, tre versi che ho voluto mettere sulla copertina di un mio libro:

Oh quale per te tenerezza mi ispira

Il carico di errate preghiere

Onde si crede di renderti onore!

David è stato un uomo di carne che ha capito la sofferenza di Dio.

Il primo momento di questa sua fisicità che voglio evocare riguarda la sua infanzia che egli non ha mai dimenticato. Racconta padre David:

Polenta mia, guai se qualcuno parlerà male di te. Io non ho mai conosciuto il pane; a casa il pane lo mangiava soltanto chi si ammalava , ma era un caso raro, e poi tanto poco da fare appena una ‘panade’. Ma la polenta! Cosa nascondevi dentro la tua sostanza per farci crescere tutti così grandi, in fretta? Tutti noi fratelli, alti come gambe di granoturco, forti, instancabili più degli altri (mai una malattia che ci abbia minati); e, ancora ragazzi, con il piccone, d’inverno, a estirpare i ceppi perché il focolare fosse sempre caldo.” Mattino, mezzogiorno, la sera, sempre polenta. “E anzi, nei giorni duri, di magra, io ricordo mio padre che tagliava due fette della piccola montagna d’oro e me ne metteva una per mano e mi dice: ‘Ecco, una la chiamerai polenta, l’altra formaggio’. E io che ci credevo; e addentavo ora da una mano ora dall’altra, fingendo di mangiare polenta e formaggio. E gli amici, quelli delle poche famiglie ricche del paese, mi prendevano in giro, m’insultavano. Io piangevo, non potevo pensar male della polenta, non potevo dir male di mio padre.

A cuocerla era sempre la mamma, e mi sembrava che dentro vi cuocesse il cuore… Sì, ho tanti altri ricordi del mio paese. Ma questi possono essere ricordi anche di altri, di tutti. Io invece devo difendere la mia infanzia, che perciò mi sembra tutta d’oro, anche se è stata forse la più povera fra tutte le infanzie dei miei compagni.

Ecco perché un giorno, arrivato in una casa di ricchi, e io già grande, anzi già sacerdote ormai, mi sono sentito bruciare perché, appena seduto a tavola, la signora ebbe l’impudenza di dirmi: ‘Oggi ci scuserà, padre, abbiamo polenta’. E io zitto, da prima, arrossii perché mi sembrava offesa tutta la mia infanzia, offeso tutto il mio Friuli. Poi, ecco il cameriere, vestito tutto di bianco, con una zuppiera in mano; e dentro, del giallo che nuotava nel burro; e sopra, degli uccelli rosolati come martiri. Allora ho sentito tutto il mio sangue martellare: ’Ecco, signora’ le dissi ‘non cominciamo con l’offendere la polenta’”.

(Da Mia terra addio, La locusta, Vicenza, 1980)

L’altro momento, di Davide in carne e ossa che voglio ricordare è alla fine della vita, quando il drago si è insediato nel suo corpo, e padre David canta:

Ieri all’ora nona mi dissero:

il Drago è certo, insediato nel centro

del ventre come un re sul trono.

E calmo risposi: bene! Mettiamoci

in orbita, prendiamo finalmente

la giusta misura davanti alle cose

Ma anche se il drago pretende che egli si concentri su di sè, David continua a pensare a Dio:

E tu lo pensi

E continui a pensarlo

Come preso da vortice.

E lo invochi con dolce pazienza:

solo per chiamarlo

e udire l’ineffabile nome.

E chiedergli niente,

meno ancora di guarirmi

perché non può non può

non deve! Se interviene

libero gioco addio!

Invece chiamate tutte le creature

Angeli e giusti

A riempire il cielo di canti

Ma il Dio che non interviene è un Dio che soffre, vive anch’egli il dramma “di fronte allo stesso male”:

Anche a te la morte fa male

Per questo sei amico

Di ognuno segnato dal male

E ogni male tu vuoi condividere..

(dai “Canti ultimi”)

È così che, dall’inizio alla fine, quest’uomo di carne si è fatto testimone, rivelatore ed esegeta di Dio. Ed è proprio così che padre David è stato profeta del Concilio, perché col dire Dio ha adempiuto al vero mandato del Concilio. Questo non lo si è capito subito, perché del Concilio, finché esso era in corso, e anche dopo nei decenni della sua ricezione, si è data un’altra lettura, nemmeno quelli che l’hanno fatto hanno davvero capito che cosa il Concilio è stato. Il Concilio è stato letto come un Concilio di riforma della Chiesa, come un Concilio pastorale, dove il termine pastorale era depotenziato, ridotto a una modalità, magari più efficace, di ammaestrare i fedeli. Ed è perché, veniva data per scontata la teologia, risaputa la dottrina che si è fieramente combattuto sulle riforme; e per questo il Concilio ha fatto paura, ha suscitato resistenze, ha acceso riflessi di conservazione, è caduto nel gioco delle interpretazioni; e per contro, visto che le riforme non procedevano o erano revocate, il Concilio è caduto dal cuore di molti; alcuni sono stati contro il Concilio perché le riforme non le volevano, altri ne sono stati delusi perché non le hanno viste realizzarsi.

Questo è stato il tormento del post-Concilio nei cinquant’anni che hanno preceduto l’arrivo di Francesco.

Ma il Concilio non era stato questo, e non così lo aveva pensato e lo aveva voluto papa Giovanni. Quello che doveva fare il Concilio non era di restaurare la Chiesa, era di restituire Dio ad un mondo che l’aveva perduto. Questo è precisamente ciò che papa Giovanni XXIII aveva chiesto al Concilio di fare, anche se allora si preferì mettere l’accento sulla riforma della Chiesa. Nel suo discorso di apertura egli aveva infatti detto due cose. La prima era che bisognava passare dalla severità alla misericordia, e la seconda che il tesoro della dottrina cristiana doveva essere oggetto di un “nuovo studio” (un “nuovo esame”, diceva il testo italiano), e doveva essere “reinvestigato” (pervestigetur) ed esposto (exponatur) “in quella forma che i nostri tempi richiedono” (ea ratione quam tempora postulant nostra), altro essendo il deposito, cioè le verità, della fede, altro il modo in cui esse vengono anunziate (Gaudet Mater Ecclesia, n. 6).

Non si trattava dunque solo della ricerca di una nuova forma letteraria, ma di una nuova comprensione ed enunciazione del Vangelo; di una nuova comprensione e narrazione di Dio.

Papa Francesco è ripartito esattamente da quel punto. Ha indetto l’anno santo straordinario ripartendo dal Concilio, esattamente dal punto, anzi dal giorno, l’8 dicembre, in cui il Concilio era stato interrotto. Perché quell’ “evento”, come il papa lo ha chiamato, contro l’ermeneutica riduttiva che lo aveva voluto ridurre a un collage di documenti chiusi in se stessi, anche 50 anni dopo. Non era affatto finito. Ed ora, superata la palude, si ricongiungeva al pontificato di Francesco, sicché Concilio e papa Francesco non sono due eventi, ma un unico evento.

Nella bolla d’indizione del Giubileo, la Misericordiae Vultus, papa Francesco dice che “i Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che da troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo” (n. 4).

Parlare di Dio agli uomini in un altro modo. E’ quello che incessantemente fa papa Francesco a partire dal Vangelo che ogni mattina legge e commenta in faccia a tutti bucando le pareti della casa di Santa Marta. Ed è quello che incessantemente, e per tutta la vita, ha fatto padre Turoldo. E la cosa più straordinaria è che la nuova immagine di Dio che viene trasmessa dalla testimonianza vitale del papa Francesco è molto simile all’immagine di Dio che padre David ha contemplato, cantato e annunziato in tutta la sua vita.

E ciò proprio a partire dai due connotati principali a cui è legata questa nuova rivelazione di Dio, il connotato del Dio che è solo misericordia, il connotato del Dio che si rivela nel mistero del povero. E dico nuova non certo in relazione alla figura di Dio rivelata da Gesù, ma nuova rispetto alle prassi e agli stereotipi delle Chiese, delle religioni e delle filosofie mondane.

Non insisterò sui tratti della misericordia che irradiano dal volto di Dio disegnato da padre David. Tutta la sua poesia è polarizzata sul Dio di misericordia, e del resto le sue traduzioni dei salmi e degli inni non sono che un canto alla misericordia, che è celebrata in ogni salmo ed è oggetto della lode ininterrotta che percorre tutto l’Antico Testamento.

Voglio invece fermarmi sul tema della povertà in cui si incontrano la riflessione di padre David e l’eredità del Concilio che papa Francesco ha raccolto.

È nel fare esperienza di Dio, della sofferenza di Dio, della sua debolezza e indigenza, che padre David ha incontrato il mistero del povero e ne ha cantato la “profezia”; e proprio questa è stata l’ultima parola di padre David in un libro uscito postumo, nel 1988, per l’editrice Servitium, dal titolo “La profezia della povertà”.

In che modo questo tema turoldiano incrocia la profezia del Concilio?

Il tema dei poveri, come è noto, è stato riproposto alla Chiesa del Novecento da Giovanni XXIII l’11 settembre 1962, nel suo radiomessaggio un mese prima del Concilio Vaticano II, con l’annuncio di una Chiesa di tutti ma soprattutto dei poveri.

Nel modo romantico e pio con cui siamo abituati a parlare dei poveri nel nostro linguaggio cristiano, spesso dimentichiamo che la beatitudine dei poveri, cioè la loro felicità, non consiste nell’essere poveri, ma nell’essere amati da Dio. La maggior parte delle beatitudini, in Matteo e soprattutto in Luca, riguarda gente che non è affatto felice; saranno felici dopo perché vedranno Dio, perché entreranno nel regno, perché saranno consolati. E’ una felicità futura, escatologica. Perciò la maggior parte delle beatitudini va letta in un’ottica di rovesciamento. Sono beati perché la loro condizione dolorosa viene rovesciata. I poveri non sono felici perché sono poveri, ma perché Dio più di tutti li ama. Gli offesi non sono felici perché oltraggiati, ma perché Dio li esalterà. Gli afflitti non sono felici perché piangono, ma perché saranno consolati. Perciò non si può fare l’apologia della povertà, della persecuzione, della diffamazione, del pianto. Sarebbe assurdo piangere o far piangere perché poi arriva la consolazione. Perciò povertà, oltraggi, persecuzione, esclusione, ingiustizia vanno tolte. Sono contraddizioni da togliere. Questo è il rovesciamento. Ed è proprio così che pensava ai poveri padre David. Bisogna fare di tutto perché non ci siano poveri – né poveri atei, né poveri in spirito, come li chiama Matteo, perché vivono la loro povertà davanti a Dio – bisogna fare di tutto perché non ci siano privi di giustizia, perché non ci siano né odiati, né esclusi; sarebbe un travisamento del Vangelo rallegrarsi della povertà perché fa salire di valore i beni del cielo, o scambiare la fame con il digiuno, o compiacersi delle persecuzioni e del sangue, in un’ottica sacrificale, perché i martiri sono il seme dei cristiani. Poveri sono i curvati, gli oppressi. Altra cosa è la kenosi, il perdere la propria vita per amore, il Dio che da ricco si fece povero, ma qui la stessa parola – povero – è usata per dire due cose diverse, e le cose non devono essere confuse.

Dunque la povertà va combattuta, va rovesciata; se è una povertà sociale, la contraddizione deve essere tolta sul piano economico, sociale e politico, se è una povertà ecclesiale o religiosa la contraddizione deve essere tolta sul piano ecclesiale e religioso.

Perciò se vogliamo avanzare la profezia della povertà, dobbiamo partire dalla povertà reale, dal corpo del povero che lavora a cui l’attuale sistema economico selvaggio ha tolto ogni potenza sociale.

E bisogna anche dire che le povertà crudeli che oggi ci interpellano non sono frutto del caso, o di calamità naturali, in modo tale che non si possa far nulla, ma sono il risultato di scelte precise, culturali e politiche, che abbiamo fatto nel tempo e che finché noi non correggiamo e non rovesciamo, fanno sì che tali povertà siano un prodotto nostro, siano tuttora volute da noi.

Come si fa a ignorare che in Italia ci sono 4,6 milioni di poveri assoluti, e che tra tutte la componenti sociali i giovani, più di tutti gli altri, sono contigui ed esposti alla povertà?

Noi abbiamo bisogno di questa concretezza e di porci anche il problema del “che fare” politico quando parliamo dei poveri, altrimenti rischiamo di restare nell’astrazione o di buttarla in mistica. E’ stato questo il limite subito dal discorso sulla povertà del Concilio. Il cardinale Lercaro addirittura aveva detto che il tema della povertà non era un tema tra gli altri, a cui magari dedicare un apposito schema, ma per il suo rapporto col mistero di Cristo e per la gravità della situazione storica doveva essere preso come il tema generale e sintetico di tutto il Concilio; ma proprio perché è mancato l’approccio storico concreto, proprio perché è mancato l’impatto con la dimensione pubblica della povertà e con la carne sofferente del povero, il tema della povertà nel Concilio si è ridotto a un tema mistico ed edificante, e ha prodotto in qualche centinaio di vescovi poco più che il proposito di una vita sobria e il cambio delle croci d’oro con croci di legno.

Domenica 20 novembre si è chiuso il Giubileo. Nella sua idea ispiratrice, che è illustrata nel Levitico, l’anno del giubileo doveva essere quello nel quale fosse restituito ai poveri ciò che a loro era stato tolto, le terre e la libertà di cui erano stati espropriati. Può darsi che questo non sia mai avvenuto nella stessa storia di Israele, ma certo se oggi si riattualizza il Giubileo alla luce della nuova rivelazione di Dio, si può dire che al di là dell’anno giubilare, è un tempo nuovo che deve cominciare, è una nuova epoca in cui la misericordia di Dio si può manifestare ed è a una nuova liberazione dei poveri a cui la profezia della povertà deve condurre.

E a me sembra che ci siano tre povertà radicali che il Concilio aveva messo a nudo, e che ora papa Francesco e la sua Chiesa intendono sanare. Tre povertà da togliere, che corrispondono a tre rivoluzioni da fare.

La prima povertà da togliere è quella che il mondo della modernità ha subito, con la perdita di Dio.

Dio, nel processo storico culminato nella modernità, era stato perduto in molteplici modi. Sociologi, storici, filosofi, storici della Chiesa hanno indagato e ci hanno detto i diversi modi in cui Dio era stato perduto. E’ stato perduto all’inizio perché per liberarsi dalla stretta confessionale i cristiani stessi, i giusnaturalisti hanno deciso di fare come se Dio non ci fosse, etiam si Deus non daretur. E’ stato perduto per l’esplicito rifiuto avanzato dall’ateismo, filosofico prima, politico poi; è stato perduto per la secolarizzazione ma anche perché Dio è stato resto superfluo da una Chiesa che si è messa al posto di lui, che si è proposta come sua sostituta o vicaria; è stato perduto perché Dio è stato travisato e frainteso, presentato come un Dio nemico della libertà umana, fariseo e vendicativo, agli uomini e alle donne della nostra età.

Il Giubileo della misericordia ci scioglie dal debito verso questo Dio sbagliato. Esso restituisce Dio, e lo restituisce come Dio della misericordia. La misericordia su cui si fonda il pontificato di Francesco non è una curvatura buonista o romantica del magistero papale, è una’operazione ermeneutica; è un nuovo annuncio di Dio. E’ tornare, come voleva fare padre David, al kerigma, ricominciare a fare quello che faceva Gesù: far vedere il volto del Padre, fare l’esegesi di Dio.

Novità non solo nell’ordine pastorale, ma nell’ordine teologico e dottrinale.

È un nuovo annuncio di Dio, che ama tutti, che perdona sempre, che arriva sempre primo nell’amore mettendosi del tutto fuori da una logica di retribuzione, di una indulgenza da lucrare; è un Dio che risponde alla radicale povertà dei non amati, dei non eletti, degli scartati, dei lasciati, degli esclusi, dei senza dimora.

Questa, il furto di Dio agli uomini e donne della modernità, è la prima delle povertà radicali che una nuova età della misericordia deve oggi sanare. Perché è chiaro che un anno non basta, ci vuole un’età della misericordia, e questo è il tempo nuovo per la Chiesa di Francesco.

2) La seconda povertà radicale da sanare è la povertà della guerra, la povertà di tutte le vittime della violenza e della guerra.

Non dobbiamo mai dimenticare il contesto in cui ci troviamo Lo strazio della Siria, di Mosul, di comunità intere usate come scudi umani, di teste tagliate, di donne lapidate e frustate, di una sfida militare portata fin sui confini della Russia, di un proliferare delle armi e l’Italia che il 27 ottobre all’ONU vota contro l’avvio di trattative per il divieto e l’eliminazione di tutte le armi nucleari.

Dentro questa violenza, che è la causa che getta nel Mediterraneo e nel mondo milioni di profughi, papa Francesco si mette in gioco con la sua Chiesa per togliere l’estrema povertà della guerra.

Non sto dicendo che il papa condanna la guerra, dice “ mai più la guerra”, dice che la guerra è contro ragione, cerca di risolvere i conflitti anche con la diplomazia e le mediazioni. Queste non sono novità. Questo l’hanno fatto Benedetto XV, Pio XII, papa Giovanni, Paolo VI, Wojtyla, tutti i papi del Novecento. Ora c’è qualcosa di più. Papa Francesco attacca la guerra nella sua fondazione ultima, nella sua legittimazione suprema, che è la violenza di Dio, che è la guerra ritenuta santa della stessa santità di Dio, che è la vittoria cercata nel segno e nel nome di un Dio violento, re vittorioso e guerriero.

La Chiesa di papa Francesco cambia, per sé e per tutte le religioni, la figura di Dio in rapporto alla guerra, a qualunque guerra, anche quelle giuste, umanitarie, di civiltà. Recide ogni legame tra Dio e la guerra, li mette in contraddizione tra loro. Dice semplicemente che il Dio di guerra non esiste, cioè dice che rispetto al Dio della guerra, della vendetta, della retribuzione del male col male, noi siamo giustamente atei; siamo atei, papa in testa, rispetto a un Dio sbagliato, contraffatto, frainteso, anche se è raccontato in certe pagine della Bibbia, e siamo credenti invece in un Dio nonviolento, siamo i testimoni e gli alfieri della nonviolenza di Dio. Come diceva Rahner, dopo il Concilio, qui non cambia solo l’annunciatore, cambia l’annuncio.

La Commissione teologica internazionale che nel 2013 ha pubblicato un documento sul monoteismo contro la violenza, cominciato con Benedetto XVI e portato a termine con Francesco, dice che il definitivo congedo del cristianesimo dal Dio violento rappresenta una svolta epocale nella storia dell’umanità e cambia l’idea stessa di religione. Cambia tutte le religioni, non solo la nostra. Si tratta – dice – “di un discernimento che inaugura una nuova fase della storia della salvezza”. Francesco non parla solo ai cristiani, ma a tutte le religioni, e non è sincretista perché annuncia il Dio rivelato da Gesù e, fa esattamente quello che ha fatto Gesù nella sinagoga di Nazaret, quando annunciò l’anno di misericordia del Signore e non “il giorno della vendetta del nostro Dio”; e è quello che faceva padre David nelle sue straordinarie liturgie a Sotto il Monte.

3) Infine il tempo nuovo di papa Francesco viene a sanare una terza radicale povertà. E’ la povertà, di cui la Chiesa stessa è stata causa, che consiste un un’antropologia pessimistica per la quale la natura dell’uomo non sarebbe quella uscita in principio dalle mani di Dio, ma sarebbe una natura decaduta, declassata, umiliata e punita per una colpa che si trasmette anche tra gli incolpevoli (ad eccezione della Vergine Maria) di generazione in generazione. E’ la dottrina del peccato originale, e la potremmo chiamare un’antropologia della disaffiliazione, operata dallo stesso Dio, per la quale l’uomo ha perduto il mondo come sua dimora, è rimasto senza dimora, su un suolo ostile, che produce spine e cardi e col dolore che attraversa tutti i giorni della vita, per l’uomo il lavoro come dolore, per le donne il parto con dolore e la sessualità come dominio dell’uomo.

Questa antropologia pessimista era stata già abbandonata dal Concilio, che aveva lasciato cadere la dottrina del peccato originale, affermando che Dio mai ha abbandonato l’uomo e senza interruzione l’ha accompagnato anche dopo la caduta.

Ma le conseguenze di quella povertà radicale non erano venute meno; in particolare non era venuta meno la lettura dell’incarnazione come espiazione di Cristo al Padre, teorizzata da S. Anselmo; né era venuta meno l’interpretazione sacrificale della religione e della stessa vita cristiana, né era stata superata l’idea dell’impotenza dell’uomo a fare alcunché, se non sia Dio stesso che interviene con la sua grazia ad operare per lui; né si era rinunziato a tacciare di eresia pelagiana la rivendicazione dell’autonomia dell’umano e della capacità dell’uomo di governare la storia. La conseguenza era stata, storicamente, che ratione peccati, in ragione del peccato, la Chiesa doveva esercitare il potere, doveva supplire alla minorità dell’uomo, ponendosi come sovrana sovraordinata a tutti i poteri terreni, trasformandosi da comunità di fede in cristianità. In tal modo la Chiesa si è posta non come segno e strumento del Regno, ma come Dio o Cristo già regnante sulla terra, e regnante sia come potere temporale sia, dopo aver perduto il potere temporale, come potere sulle coscienze o, come dice papa Francesco, come ingerenza sulla libertà della coscienza.

Questa è stata la tragedia che ha pervaso tutta l’età moderna ed è giunta fino a noi.

La grazia di questo nuovo tempo è l’uscita da queste povertà.

Questa uscita è cominciata già con il Concilio, che è il vero predecessore, nel governo della Chiesa universale, di papa Francesco. È stata intravista da lontano da padre Turoldo e da altri profeti simili a lui (come dimenticare l’uomo planetario di padre Balducci, l’alternativa umanistica alla globalizzazione selvaggia?).

Ed ora questa uscita viene proclamata ai più alti livelli della Chiesa. Lo stesso papa emerito, Benedetto XVI, ha mandato al macero la dottrina sacrificale ed espiatoria di S. Anselmo; Benedetto XVI ha scritto sull’Osservatore Romano che si tratta di “una dottrina in sé del tutto errata”, perché la pretesa del Padre di farsi risarcire dal sangue del Figlio contrasta con la verità stessa della Trinità, che è il centro della fede cristiana.

L’uscita dall’antropologia pessimistica è rinvenibile del resto in tutta la rivendicazione bergogliana della dignità della donna e dell’uomo, nella sua teologia del popolo come custode e veicolo della fede, nella sua fiducia riposta nella lotta dei movimenti popolari che il papa ha presentato e incoraggiato già tre volte; e l’uscita dall’antropologia dell’impotenza è stata proclamata anche da quel documento già citato della Commissione Teologica Internazionale che sulla scorta di S. Tommaso individua la non violenza di Dio anche nel fatto che Dio non entra in competizione con le creature, non si sostituisce ad esse, non agisce come una causa tra le altre ma dà alle creature la potenza di agire, dà agli uomini la capacità di essere causa delle cose, la causandi dignitas, la dignità di essere causa, in forza della libertà che è l’immagine stessa di Dio nell’uomo. E infine l’uscita dalla povertà causata agli uomini dalla sostituzione di Dio con la Chiesa, dalla conversione della signoria di Dio in sovranità sulla terra, è stata identificata da papa Francesco nell’uscire dal regime di cristianità. E’ quello che il papa ha mostrato rivolgendosi ai leaders europei che gli avevano portato a Roma il premio Carlo Magno.

In quella occasione papa Francesco ha simbolicamente restituito a Carlo Magno la sua corona, come aveva rifiutato la mozzetta rossa imperiale alla sua prima uscita sul balcone di san Pietro; egli ha chiuso l’età costantiniana, ha rotto l’identificazione tra fede, potere, cultura e politica, ha abbandonato il ritornello delle radici cristiane dell’Europa, ed ha presentato la Chiesa non come sovrana con due chiavi e tre regni, ma come colei che lava i piedi all’Europa e al mondo. Il suo servizio sociale è questo. E nel giovedì santo di quest’anno, quando secondo la Congregazione dei Riti possono essere ammessi alla lavanda dei piedi solo cattolici, uomini e donne, quali appartenenti al popolo di Dio, Francesco ha lavato i piedi a cattolici e musulmani, a indù e non credenti, per dire che il popolo di Dio non siamo noi ma è l’umanità tutta intera. E dicendo così che non solo il cattolicesimo, ma ogni religione deve uscire dal suo proprio modo di essere cristianità ed è ricomponendosi in unità che gli essere umani, i popoli, le religioni, potranno trovare un rapporto non antagonistico tra loro ma fraterno,

E allora anche la povertà sociale sarà una contraddizione che potrà essere tolta. E i tre No che pronuncia papa Francesco, il no all’economia che uccide, al denaro che governa e alla società che esclude, potranno essere non solo un manifesto religioso, ma un compito politico

I poveri ci sono. Non sono felici. Dio soffre per loro. Padre David ci ha fatto toccare con mano questa sofferenza di Dio, “infelice per la nostra sorte”. La Chiesa di Francesco esce da se stessa e si fa tramite e strumento nel mondo della sofferenza di Dio per lenire tutte le povertà, per lavare i piedi all’umanità in cammino. Per questo al mondo che l’aveva perduto, restituisce una nuova rivelazione di Dio. Padre David ne sarebbe oggi felice.

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One Reply to “LA FEDE DI PADRE DAVID E IL CONCILIO di Raniero La Valle”

  1. caro raniero la valle grazie per quanto ho letto – di lei ricordo gli articoli che scriveva su avvenire subito dopo i primi bombardamenti sul viet nam e poi tante altre ragionevoli e cristiane prese di posizione – la ringrazio per la sua coerenza lungo tutta una vita e per quest’ultima boccata d’aria respirabile che ho ricevuto poco fa leggendo le sue parole. lucia gandolfi carriero

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