LA BONTÁ DI PAPA FRANCESCO NELL’ESPULSIONE DI VESCOVI PER CAUSE GRAVI

Josè Castillo

Probabilmente non pochi credenti e parecchi chierici hanno sperimentato un serio malessere a causa della decisione presa da papa Francesco perché siano espulsi dal loro incarico i chierici responsabili di “cause gravi” (can. 193) (Motu proprio “Come una madre amorevole”, 4.6.2016). Tra queste cause, in questi giorni spiccano i casi di occultamento di abusi sessuali, dei quali tanto si sta parlando da alcuni anni nella Chiesa.

Nel procedere in questo modo papa Francesco agisce come un dittatore implacabile? Se si analizza questa questione con interesse e con una seria documentazione, piuttosto si dovrebbe dire proprio il contrario. Il papa, su questo tema come su tanti altri, sta procedendo con la dovuta prudenza e parecchia misericordia. Più di quello che alcuni immaginano. Perchè si sa – ed è una questione ben studiata – che la tradizione e la pratica della Chiesa, nel corso di più di dieci secoli, sono state durissime e tassative in questo ordine di cose.

In realtà, è abbondantemente provato e documentato che, nel corso di più di dieci secoli, le disposizioni dei papi, dei concili e gli insegnamenti dei teologi e dei Padri della Chiesa erano queste: per i chierici, specie se si trattava di vescovi, quando avevano comportamenti gravi, specialmente in materia sessuale e con danno del prossimo, si prendeva la decisione non di espellerli dall’incarico o dalla carica che ricoprivano, ma era qualcosa di molto più radicale, privarli del ministerio presbiterale, in maniera tale che erano ridotti allo stato laicale: laica communione contentus. Era la formula che esprimeva l’espulsione dal clero. Semplicemente, in futuro cessavano di essere preti e ritornavano ad essere ed a vivere come laici, come uno tra tanti, con la dignità che avevano. La documentazione che si conserva su questa questione è enorme. Ed è stata ampiamente studiata (C. Vogel, P. M. Seriski, E. Herman, P. Hischius, F. Kober, K. Hofmann, J. M. Castillo). I testi dei concili affermano che il soggetto, che era punito dalla disciplina dei Sinodi o Concili, doveva essere “privato dell’onore, della potestà, del sacerdozio”; o che doveva “perdere l’ordine” o che “cessava di essere chierico”…. Semplicemente lo si spogliava dell’ordinazione ricevuta. Queste affermazioni (o simili) si ripetono un sacco di volte nei volumi che contengono le edizioni critiche dei Sinodi dell’Antichità o del Medioevo. E risulta che questo stato di cose si mantenne, con la più grande certezza, per lo meno fino al secondo Concilio del Laterano (anno 1215).

Ed ancora, un’avvertenza. La dottrina del “carattere sacramentale” è stata inventata nel secolo XI ed è stata spiegata in tre maniere molto diverse nel secolo XII. Ma non si è mai arrivati ad un comune accordo. In maniera tale che nemmeno il Concilio di Trento, nella Sessione VII, raggiunse quest’accordo tra i Padri ed i teologi conciliari. Per questo, nella formula definitiva del canone 9 (della Sessione VII), si dice che ci sono tre sacramenti (Battesimo, Confermazione, Ordine) che imprimono il carattere, il che significa che questi sacramenti non si possono ripetere, ossia possono essere amministrati solo una volta nella vita (DH 1609). Cioè, il cosiddetto “carattere” sacramentale non significa che il sacramento è un “marchio” o che modifica ontologicamente chi lo riceve. Tale cosa non è dogma di Fede, nè cosa che gli assomigli. L’Ordine è, quindi, un “ministero” che la Chiesa concede a determinate persone. E da queste persone, ciò che concede, lo può togliere o sopprimere. Non c’è, quindi, nessun “sacerdos in aeternum”.

Papa Francesco è stato benevolo e misericordioso. Con i chierici ai quali imporrà, senza dubbio, quello che ha detto nel suo recente Motu proprio. E con le vittime di questi chierici, che il Papa ha il diritto ed il dovere di difendere, per restituire loro la dignità della quale si sono viste private.

Articolo pubblicato nel Blog dell’Autore su Religión Digital il 5.6.2016

Traduzione a cura di Lorenzo TOMMASELLI

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