UN RICORDO PERICOLOSO

di Josè Castillo

Se la Chiesa vuole rinnovarsi seriamente ed a fondo, una delle prime cose che dovrebbe fare è rinnovare seriamente e a fondo il ricordo di Gesù. Non semplicemente ricordando quello che è successo quando Gesù andava per il mondo. Ma attualizzando quello che è successo allora. Cioè, la liturgia si deve celebrare in maniera tale che in quello che oggi viviamo si renda presente quello che Gesù ha vissuto, fatto e deciso quando stava in questa vita.

In concreto, quello che è successo in quella notte in cui ha cenato per ultima volta con il gruppo di persone che l’hanno accompagnato ed hanno condiviso quello che lui ha vissuto e come lo ha vissuto.

In quella occasione, Gesù ha detto: “Fate questo in mio ricordo” (1 Cor 11, 24. 25; Lc 22,19). Ciò che vorrebbe dire: “Fate questo perché mi abbiate presente”, come spiegherò in seguito.

Quello che ho appena ricordato, si basa su di un presupposto previo: l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli non è stata un rituale religioso.

Il rituale della “cena pasquale” celebrata dai giudei, in occasione della pésah, la festa dell’agnello, che ha segnato il punto di partenza della liberazione degli ebrei schiavi in Egitto (Es 12).

Certo, sappiamo che, secondo i vangeli sinottici, l‘ultima cena è stata la cena di Pasqua (Mc 14,12; Mt 26,17; Lc 22,7). Ma il vangelo di Giovanni, scritto dopo i sinottici, precisa questo dato fondamentale ricordando che la cena si è celebrata prima della Pasqua (Gv 13,1; 18,28), in maniera tale che Gesù è morto il giorno della Preparazione della Pasqua (Gv 19,14; cf. 19,31.42). E Paolo, che ci ha conservato il ricordo più antico della cena, non cita neanche la Pasqua (1 Cor 11,23).

Inoltre, in nessuno dei racconti della Cena si cita l’agnello pasquale, non si parla delle erbe amare, non vi è qualche allusione ai mazzen, alla haggadà, al primo hallel, non si citano le quattro coppe che erano essenziali nel rituale giudaico della Pasqua. Non vi è, quindi, traccia nè indizio alcuno del fatto che in quel momento si stesse celebrando un rituale sacro1 .

Ebbene, se quello non è stato un “rituale sacro”, ma una “cena”, nella quale si sono vissute una serie di esperienze molto forti, quando Gesù dice ai suoi “amici” (Gv 15, 14-15): “Fate questo in memoria mia” (1 Cor 11, 25) ossia, ”Fate questo perché mi abbiate presente”, senza alcun dubbio il termine “questo” (toûto) ingloba l’intera cena, non unicamente il pane, ma l’insieme delle esperienze vissute allora in quella notte2.

Fare quello che Gesù allora ha detto, non è ripetere rutinariamente un rituale, ma attualizzare (rendere presente e operante oggi) quello che allora si è vissuto in quella notte. Il “ricordo”, la “anámnêsis”, secondo la radice originale zkr, vuole dire “rendere presente il passato”3.

Ma, attenzione: questi dati non sono mere puntualizzazioni – del resto molto elementari – di erudizione. Nulla di tutto ciò. Qui è in gioco l’essere o il non essere dell’autenticità o del fallimento di quello che Gesù ha voluto.

Sappiamo che Gesù non ha amato, nè praticato riti, cerimonie, altari e templi. Gesù ha incentrato le sue preoccupazioni su tre cose:

la “sofferenza umana” (guarigioni),

l’“alimentazione condivisa” (pranzi e convivialità, soprattutto con poveri e peccatori),

le “relazioni umane” (sermone del monte in Mt, o quello della pianura in Lc).

Procedendo in questo modo, Gesù ha spostato la religione: l’ha tolta dal tempio, l’ha separata dai “rituali” e l’ha collocata al centro e nell’insieme della “vita”.

In questo sta la chiave ed il segreto di tutto il resto. Perchè? Perché oggi è abbondantemente dimostrato che i riti costituiscono un fattore così importante nella sopravvivenza delle società umane e che, a partire da innumerevoli generazioni, i riti (religiosi, politici, sociali…) sono decisivi nell’integrazione o esclusione dell’individuo nella società ed in generale nel sistema costituito4.

Ma non si tratta solo di questo. Perchè i riti integrano il soggetto nel sistema in maniera tale che, mentre il soggetto fa suoi i valori del sistema, d’altra canto questi stessi riti non modificano il comportamento del soggetto che li compie.

In concreto, un pio credente può passare quarant’anni a farsi la comunione ogni giorno e dopo questo tempo continuare ad avere gli stessi difetti che aveva il giorno in cui ha iniziato la sua comunione quotidiana. Perché il rituale, da solo, non solo non modifica il comportamento, ma ha anche la capacità di tranquillizzare la coscienza dell’osservante.

Allora, cosa ha voluto dire Gesù quando nella Cena ha affermato: “Fate questo in memoria di me”? Non si riferiva semplicemente alla ripetizione di quello che oggi chiamiamo “le parole della consacrazione”.

Perché questo riferimento al ricordo o memoria (anamnêsis) è stato introdotto da Paolo (1 Cor 11, 24.25), dal quale dipende il racconto di Luca (22, 19), per stimolare la comunità di Corinto, dicendo a quei cristiani che quello che loro facevano – e così come lo facevano -, in realtà quello non era più la Cena del Signore.

Letteralmente: “questo non è più mangiare la Cena del Signore” (“oúk éstin kyriakòn déipnon phaghéin”, 1 Cor 11,20)5. Ossia, a Corinto, realizzando esattamente il rito, realmente non celebravano l’eucaristia.

Perché? Perchè la comunità di Corinto era divisa. Non a causa di idee teologiche, ma a causa dello stile di vita che avevano. In concreto, perché tra di loro c’erano ricchi e poveri. E, quando si riunivano per l’eucaristia, i ricchi mangiavano e bevevano fino a ubriacarsi, mentre i poveri facevano la fame (1 Cor 11,21).

Cioè, quello che succedeva a Corinto è che lì si ripetevano le parole del Signore, ma lì non c‘era una comunità unita, nella quale chi aveva denaro e cibo lo condivideva con gli altri. Ognuno andava per conto suo.

E Paolo afferma: dove c’è divisione tra ricchi e poveri, per quanto si ripetano anche molto bene le parole di Gesù, in realtà la memoria di Gesù è assente. Non si ricorda Gesù. In queste condizioni si dirà la messa, ma lì non sta Gesù6.

Conclusione: l’Eucaristia non consiste nel “dire la messa”, osservando esattamente quello che ordina la Sacra Congregazione dei Riti (o del Culto divino). Si può fare questo e non celebrare la Cena che ha voluto Gesù. E così come l’ha voluta Gesù: facendoci schiavi gli uni degli altri (Gv 13, 12-15), amandoci gli uni gli altri come lui ci ha amato (Gv 13, 33-35), intingendo tutti nello stesso piatto, come lui ha fatto (Gv 13, 26).

Celebrare l’Eucaristia non è ripetere letteralmente un “rituale”. Questo è una messa che ci tranquilizza (anzi ci dà devozione). Ma non è quello che ha istituito e voluto Gesù: il “ricordo pericoloso”7, che rende attuale la sovversione di questi presunti valori che si sostengono nel ripetere i riti.

Quello che Gesù ha istituito è stato un “progetto di vita”, che si esprime simbolicamente e che rende presente la persona e la vita di Gesù nelle nostre vite e nella nostra società.

Il giorno in cui sia più “pericoloso” andare a messa che recarsi ad una manifestazione, in questo giorno si inizierà ad avere la certezza che stiamo celebrando la Cena del Signore, nella quale noi cristiani viviamo la presenza, nel ricordo vivo, di quel Gesù che “ha accettato il ruolo più basso che una società possa offrire: quello del criminale giustiziato”8.

Allora si avrà la certezza e la gente avvertirà in maniera palpabile che la messa non è un semplice “rito”, ma un “ricordo pericoloso”.

1 ULRICH LUZ, El evangelio según san Mateo, vol. IV, Salamanca Sígueme, 2005, pp. 138-139 (trad. it., Il vangelo di Matteo, vol. IV, Paideia, Brescia 2014).

2 FRANÇOIS BOVON, El Evangelio según san Lucas, vol. IV, Salamanca, Sígueme, 2010, pp. 282-283 (trad. it., Vangelo di Luca, vol. III, Paideia, Brescia 2013).

3 HERMANN PATSCH, in H. BALZ – G. SCHNEIDER, Diccionario Exegético del Nuevo Testamento, vol. I, Salamanca 2005, pp. 251-254 (trad. it., Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, Paideia, Brescia 2004);

4 WALTER BURKERT, La creación de lo sagrado. La huella de la biología en las religiones antiguas, Barcelona, Acantilado, 2009, pp. 60 ss (trad. it., La creazione del sacro. Orme biologiche nell’esperienza religiosa, Adelphi, Milano 2003). Id, Homo necans. Interpretación de los ritos sacrificales y mitos de la antigua Grecia, Barcelona, Acantilado, 2013, pp. 50-61 (trad. it., Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Boringhieri, Torino 1981).

5 HERMANN PATSCH, op. cit., pp. 252-254.

6 J.D. CROSSAN-J.L. REED, En busca de Pablo. El Imperio de Roma y el Reino de Dios frente a frente en una visión de las palabras y del mundo del apóstol de Jesús, Verbo Divino, Estella, 2006, p. 398-405.

7 JOHANN BAPTIST METZ, La fe, en la historia y en la sociedad, Madrid, Cristiandad, 1979, pp. 100-102; 210-211 (trad. it., La fede, nella storia e nella società, Queriniana, Brescia 19852).

Articolo pubblicato nel Blog dell’Autore su Religión Digital il 23.5.2016

Traduzione e cura di Lorenzo TOMMASELLI

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