LA POLEMICA SULLA GIUSTIZIA

Alla vigilia del Referendum Costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, riproponiamo un articolo di Michele Di Schiena apparso su Quotidiano di Puglia il 7 ottobre 2010 e relativa alla polemica tra il senatore Giovanni Pellegrino e il magistrato Alberto Maritati sulla crisi della giustizia. All’articolo segue un commento di Antonio Greco.

A PROPOSITO DELLA POLEMICA SULLA GIUSTIZIA
TRA MARITATI E PELLEGRINO

L’avvocato Giovanni Pellegrino, nel rispondere ad alcuni rilievi mossi al contenuto del suo ultimo libro “Il morbo giustizialista” da Alberto Maritati, afferma che la crisi della giustizia in Italia e nel mondo è originata dai caratteri propri della “modernità” nella quale «i grandi conflitti collettivi hanno progressivamente perduto importanza per essere sostituiti da una miriade di conflitti individuali che ambiscono ad una decisione neutrale» sicché il numero delle domande di giustizia continua a crescere provocando una «esplosione del giudiziario». E ciò mentre si assiste alla «emersione di interessi egemonici che è giusto sottrarre agli ambiti della decisione politica». Ne consegue, secondo l’illustre uomo politico leccese, che «il governo dei giudici sia un dato ineludibile della modernità» con la connessa esigenza di «rintracciare nuovi punti di equilibrio tra poteri neutrali di controllo e poteri rappresentativi per preservare i caratteri fondamentali di una democrazia»

Vola quindi alto il senatore Pellegrino con le sue argomentazioni sui problemi della giustizia: un volo che però tocca subito terra per risolversi in accuse pesanti e ingenerose alla magistratura e nel caldeggiamento di riforme che finirebbero per trasformare gli invocati «punti di equilibrio» tra i poteri politici e quelli di controllo nello svuotamento dei secondi col predominio assoluto dei primi. Partendo allora proprio da quelle «coordinate culturali» dentro le quali Pellegrino vuole muoversi, va detto che l’autore del libro in discussione sembra guardare con sereno distacco a quel dato della modernità da lui considerato «ineludibile» (ma forse anche ineluttabile) ed indicato come il «governo dei giudici». Ipotesi questa che forse impegna la fervida fantasia di alcuni eminenti studiosi ma che fortunatamente non corrisponde ad un pericolo reale per l’assenza, almeno nelle democrazie occidentali, di qualsiasi avvisaglia di un simile rischio. Uno sbocco che, se davvero fosse alle porte, sarebbe catastrofico per le sorti della democrazia e richiederebbe una forte reazione con contromisure adeguate alla gravità della situazione e quindi ben diverse dalla semplice ricerca di quei «punti di equilibrio» menzionati da Pellegrino nel citato intervento. Una battaglia, insomma, di tutti i democratici che troverebbe certamente in prima linea proprio quei tanto vilipesi magistrati e le loro rappresentanze associative.

Ha ragione Pellegrino quando dice che nelle democrazie occidentali si sta verificando una costante crescita delle domande di giustizia ma si tratta invero, a giudizio di chi scrive, di un fenomeno dovuto a varie cause di natura diversa (più diffusa consapevolezza dei diritti, lievitazione di inclinazioni individualistiche e affievolimento dei doveri di solidarietà, normative farraginose o di non chiara interpretazione, minore rispetto della legalità, crescenti squilibri sociali, proliferazione ed estensione dei fenomeni della micro e della macro criminalità) e non certo, almeno in misura rilevante, alla perdita di importanza dei conflitti collettivi. Un appannamento dei conflitti sociali che indubbiamente c’è e che, a prescindere dai suoi effetti sulla domanda di giustizia, non dovrebbe essere, come sembra fare Pellegrino, accettato a cuor leggero come un portato naturale della modernità ma andrebbe decisamente contrastato dal momento che siffatti conflitti sono il sale di una democrazia progressiva come quella disegnata dalla nostra Costituzione che assegna a tutte le Istituzioni, e quindi in primo luogo alla politica, il compito di rimuovere costantemente gli ostacoli che provocano disuguaglianze e impediscono il pieno sviluppo della persona umana. 

Quanto poi all’accusa di conservatorismo mossa dall’autore del libro al sen. Maritati con qualche asprezza invero di troppo, va detto che quest’ultimo ha ragione quando sottolinea la gravità delle politiche che stanno sferrando un incalzante attacco, da ultimo con la proposta di una inchiesta parlamentare sui Pubblici Ministeri, all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. Attacchi provenienti da un ceto politico che cerca di assicurarsi ad ogni costo un’impunità di fatto montando campagne denigratorie nei confronti dei giudici e continuando a privare la magistratura dei necessari strumenti normativi ed operativi con la sua conseguente condanna ad una endemica inefficienza. Ed allora il senatore Pellegrino, per evitare che le sue riflessioni possano apparire ispirate da logiche non dissimili da quelle che guidano le citate politiche, dovrebbe forse precisare i contenuti del disegno riformatore da lui delineato. 

Per quanto è dato capire, da tempo Pellegrino indica, in modo invero alquanto generico, le due principali direzioni verso le quali si muove il suo progetto: quella dell’ampliamento del controllo di legalità con la sua estensione ad una pluralità di organi decisionali tra loro equi ordinati e indipendenti dal potere politico e quella della separazione delle carriere tra PM e giudici. Quanto alla prima questione va ribadito che non vi sono mai state da parte della magistratura opposizioni di principio alla istituzione di autorità decisionali esterne all’ordine giudiziario (molte Authority sono da tempo una realtà) ma non vi è dubbio che è azzardato propugnare un allargamento senza confini delle competenze e dei poteri di tali autorità non considerando che la loro effettiva indipendenza dalla politica appare, oggi più che mai, assai problematica. Quanto, infine, alla separazione delle carriere tra i giudici ed i pubblici ministeri, va ribadito che simile orientamento finisce per favorire i propositi di chi vuole mettere le procure sotto il controllo del potere politico. Esito questo che non verrebbe certo scongiurato da progetti rivolti a costituire la magistratura inquirente in un ordine autonomo perché una simile soluzione, oltre a diventare in pratica l’anticamera di successivi assoggettamenti alla politica, esporrebbe tale settore della magistratura al rischio di diventare un “corpo separato”, con funzioni marcatamente investigative ed inclinazioni punitive, lontano quindi da quel ruolo di “parte imparziale” che l’ufficio del pubblico ministero è chiamato a svolgere anche in un sistema accusatorio.   

Brindisi, 07 ottobre 2010

Michele Di Schiena

Commento di Antonio Greco

In occasione dell’imminente referendum (22-23 marzo 2026) su: «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», il Quotidiano di Puglia del 18 marzo u.s. ha pubblicato un’intervista al senatore Pellegrino, sostenitore del “SI” alla riforma Meloni-Nordio. Dei contenuti dell’intervista, deboli e contraddittori, si può dire solo che vengono da lontano e che, ignorando il quadro politico attuale, si rifanno a un vecchio libro dello stesso Pellegrino, “Il morbo giustizialista”, del 2010.

L’intervista mi ha dato ricordato l’articolo di Michele Di Schiena dal titolo: “A PROPOSITO DELLA POLEMICA SULLA GIUSTIZIA TRA MARITATI E PELLEGRINO” del 7 ottobre 2010. Allego l’intero articolo.

Michele Di Schiena, entrando in polemica con il senatore Giovanni Pellegrino, propugnatore, fra l’altro, della separazione delle carriere tra PM e giudici, sosteneva che “va ribadito che simile orientamento finisce per favorire i propositi di chi vuole mettere le procure sotto il controllo del potere politico. Esito questo che non verrebbe certo scongiurato da progetti rivolti a costituire la magistratura inquirente in un ordine autonomo perché una simile soluzione, oltre a diventare in pratica l’anticamera di successivi assoggettamenti alla politica, esporrebbe tale settore della magistratura al rischio di diventare un “corpo separato”, con funzioni marcatamente investigative ed inclinazioni punitive, lontano quindi da quel ruolo di “parte imparziale” che l’ufficio del pubblico ministero è chiamato a svolgere anche in un sistema accusatorio”.

Poche righe, ma attualissime e illuminanti anche oggi. Ma l’insegnamento di Di Schiena sulla separazione delle carriere è solo uno dei corollari del suo pensiero sulla Costituzione e va cercato in altri scritti che vanno oltre la polemica con Giovanni Pellegrino.

A distanza di sei anni dalla sua morte e a 10 anni dai suoi articoli sul referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, non è un esercizio nostalgico quello di leggere quello che Michele Di Schiena ha scritto sui i tentativi di modificare la Costituzione.

Ho riletto tre suoi articoli scritti prima e dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016:

  1. Il ruolo costituente del popolo in difesa dello Statuto, del 26 novembre 2016, alla vigilia del referendum voluto da Renzi;
  2. La vittoria del “no”: tappa importante di un difficile cammino, del 12 dicembre 2016;
  3. L’ineluttabile alternativa: “patto del Nazareno” o “patto” per l’attuazione della Costituzione, del 2 gennaio 2017.

Già i titoli sintetizzano alcune idee semplici ma profonde che Michele ha sostenuto, sempre con modalità nuove e antiche, da qualificato magistrato e da cittadino innamorato della Carta Costituzionale, che così richiamo:

  1. La seconda parte della Carta (quella riguardante l’“Ordinamento della Repubblica”) disegna l’architettura della nostra democrazia parlamentare e disciplina le regole, le tutele, le dinamiche e gli strumenti ritenuti necessari per l’attuazione della prima parte dello Statuto, quella che proclama i principi fondamentali e sancisce i diritti e i doveri dei cittadini”.
  2. C’è un “urgente bisogno di un grande e pluralistico movimento per “l’attuazione” della Costituzione, una convergenza di forze di diversa ispirazione culturale capaci di tradurre in programmi concreti e incisivi la forza liberante e trasformatrice del messaggio costituzionale all’insegna dei valori di quell’umanesimo sociale che riprende e rielabora le migliori tradizioni della sinistra storica nonché dei valori del solidarismo cristiano, del movimento dei lavoratori e degli altri movimenti di cittadinanza attiva e di lotta contro le crescenti disuguaglianze”.
  3. Di fronte a riforme costituzionali che si propongono di cambiare parti della Carta Costituzionale “il ruolo costituente del popolo in difesa dello Statuto” e in attuazione di esso è essenziale.
  4. I tentativi di riforma costituzionale di Berlusconi e di Renzi “non appartengono a nessuna delle tre grandi culture (quella progressista di matrice socialista, quella solidarista di ispirazione cattolico-democratica e quella liberal-democratica di sensibilità illuminista) che nell’immediato dopoguerra dettero vita al patto costituzionale che fonda la nostra Repubblica e che nel successivo trentennio furono preziosa fonte di ispirazione per le politiche keynesiane di segno redistributivo. Le logiche dell’attuale Esecutivo sembrano invece prendere le mosse da quella “reazione restauratrice” che a partire dalla fine degli anni ’70 incominciò a mettere in discussione l’impianto costituzionale della nostra democrazia nonché le conquiste, le tutele e i diritti acquisiti nei precedenti decenni”.
  5. Una reazione che in Italia si manifestò anche col “Piano di rinascita democratica” del maestro venerabile della loggia massonica P2 Licio Gelli che prevedeva la semplificazione del panorama politico col bipartitismo, il rafforzamento dell’Esecutivo, il controllo dei media, la ripartizione delle competenze fra Camera dei Deputati con funzione politica e Senato della Repubblica con funzione economica, il ridimensionamento dei sindacati con la rottura fra la CGIL e le altre organizzazioni dei lavoratori, la riforma della Magistratura con la separazione delle carriere fra PM e giudici, la responsabilità civile dei magistrati per colpa e via dicendo. Una reazione contro-riformatrice che sul versante economico sfociò poi nel nostro Paese, come in Europa e nell’intero Occidente, nell’esplosione del neoliberismo con le ricette di Milton Friedmann sulla deregulation, le privatizzazioni e la riduzione delle spese sociali”.

Questo pensiero, così sintetizzato, impatta profondamente con l’oggetto del prossimo referendum del 22 e 23 marzo prossimi. Basta liberarsi un po’ dai rumori e dai polveroni di questa campagna referendaria per cogliere la radice nascosta (o volutamente nascosta) del problema separazione delle carriere nell’ordinamento della giustizia.

Prima del referendum del dicembre 2016 Michele Di Schiena sperava che “il 4 dicembre prossimo il popolo si senta investito di un vero e proprio ruolo costituente per assolvere al compito di salvaguardare la Costituzione e di farla rivivere nella coscienza democratica dei cittadini pretendendo che si dia ad essa concreta attuazione”.

Questo suo auspicio si avverò e vinse il popolo con il suo “NO” alla riforma Renzi.

È anche il nostro auspicio per il 22-23 marzo: un NO in difesa della Costituzione non solo per salvaguardarla ma anche farla rivivere nella coscienza democratica dei cittadini pretendendo che si dia ad essa concreta attuazione.

Ma questo auspicio è un auspicio “malinconico”, direbbe Di Schiena: la partita di questo referendum 2026 si gioca in una partita ancora più importante.  Kabul, Cuba, Gaza, Libano, Iran, Sudan hanno un forte collegamento, per noi italiani, con l’articolo 11 della nostra Costituzione. C’è un NO ancora più importante che il popolo italiano deve gridare ancora più forte all’attuale governo e i suoi politici: “NO, RIPUDIAMO le guerre”. Siamo entrati nell’era della prepotenza, senza limiti. Gli investimenti nella produzione di armi producono morti e devastazioni. E sono una vergogna.

No alla riforma Meloni-Nordio e No alle guerre sono due NO che si distinguono ma anche si richiamano.

Costruire la giustizia e la pace è difficile, ma vivere senza giustizia e senza pace è un tormento.

19/03/2026

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