AFFARI INTERIORI

nella foto Eugenio Borgna, psichiatra

Antonio Greco

A 93 anni, un mese fa, Eugenio Borgna ha pubblicato il suo ultimo libro: “Dare voce al cuore”[1].

Borgna è un grande saggio, esponente principale della psichiatria fenomenologica. Psichiatra novarese e soprattutto raffinato intellettuale. Con il compianto Giannino Piana, uno dei teologi morali di maggior spicco del panorama teologico italiano dopo il Concilio Vaticano II, morto l’11 ottobre u.s. ad Arona (No), è stato cofondatore del Festival della Dignità Umana[2], importante momento nazionale per la “sensibilizzazione delle coscienze e di riflessione sull’utopia di una società fondata sul valore condiviso e imprescindibile della dignità umana”.

Sostenitore della psichiatria fenomenologica è lontanissimo dagli psichiatri che hanno una concezione archeologica, terrificante della sofferenza psichica, perché ne colgono solo gli aspetti biologici e organicistici e negano il mistero. Che invece ci circonda, sostiene Borgna, come insegnava Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano ucciso nel lager di Flossenbürg.

L’ultimo libro di Borgna non è solo un libro per gli psichiatri.

Una cura della parola, una cura con la parola

Le parole in cui siamo immersi sono un mare immenso. Le parole hanno grande importanza e sono davvero creature viventi che ci circondano. Spesso sono offensive, mistificatorie, feroci. Bisognose di cura. Possiamo imparare questa cura da chi ha trascorso la propria vita ad ascoltare la sofferenza psichica?

Borgna è un maestro di cura e di pensiero. Tra i suoi principali settori di studio vi sono le indagini sulla depressione e sulla schizofrenia. Ma i suoi libri non sono solo per chi ha bisogno di cura. Strenuo sostenitore di una “psichiatria dell’interiorità”, avverso a ogni forma di schematismo e riduzionismo biologico dei processi mentali, ha scritto e pubblicato moltissimi testi sulle virtù deboli, quali la fragilità, la nostalgia, la tenerezza, la gentilezza dell’ascolto, la speranza e la disperazione, la follia, il dialogo e la salvezza attraverso le parole.

Dare voce al cuore

Perché dare voce al cuore? Torniamo al sentimentalismo romantico che ribadiva il primato del cuore? Direbbe il Manzoni: “Certo, il cuore, a chi gli dà retta, ha sempre qualcosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è accaduto”[3].

Borgna è molto lontano dal razionalismo manzoniano e da qualsiasi tipo di razionalismo.

La nostalgia ferita, speranza e disperazione, in dialogo con la solitudine: sono la materia dei tre capitoli del suo libro. Il filo rosso che collega i tre capitoli è il tema delle “emozioni”: “Le emozioni dicono quello che avviene in noi, nella nostra interiorità, nella nostra anima, ma sono anche forme di conoscenza ed è necessario farle riemergere dalla profondità della nostra vita conscia, e inconscia. E nondimeno non sempre noi andiamo alla ricerca: e questa ricerca è così necessaria a conoscere meglio la nostra vita interiore” (15).

Borgna sostiene che c’è un rapporto tra emozioni e pensiero.

Le emozioni sono molteplici nella espressione ma hanno un elemento comune: portarci fuori dai confini del nostro io e metterci in risonanza con il mondo degli altri.

Non c’è interiorità senza l’ardente ricerca delle emozioni che sono comuni a tutte le vite. La interiorità è saper riconoscere le emozioni e saperle ascoltare.

Le emozioni svelano chi siamo, dicono tutto ciò che accade nelle profondità più oscure e luminose dell’anima; dobbiamo solo trovare le parole giuste per dare loro voce.

Le emozioni sono spesso anche contraddittorie, capita che sembrino avere il sopravvento sulla razionalità, che siano incontrollabili, ma non si possono e non si devono reprimere. Non dobbiamo quindi estinguere la passione con la ragione, ma imparare a ragionare appassionatamente, senza rifuggire da nessuna delle emozioni che ci abitano.

Borgna introduce il lettore ai grandi temi della vita interiore, su cui non dovremmo stancarci di riflettere, e lo fa con “il metodo della psichiatria gentile e leopardiana”, come lo stesso Borgna definisce, fatto di riferimenti biografici alla sua pluriennale esperienza nel manicomio femminile di Novara, di riferimenti alle tante letture letterarie fatte nella lunga vita, al pensiero di grandi autori della letteratura, a gente che ha passato la vita a misurare il peso delle parole: “ho voluto andare alla ricerca di un filo rosso, che ne cogliesse le comuni risonanze, alla luce di una psichiatria dialogica e gentile, vorrei dire leopardiana, capace di ascoltare il dicibile e l’indicibile, il visibile e l’invisibile, il sondabile e l’insondabile. Sono dimensioni della vita, le une e le altre, che ci avvicinano al mistero di quella che è la sofferenza psichica, e anche della sua cura” (XII)[4].

Nostalgia, speranza e disperazione, solitudine.

  • Nostalgia

La nostalgia è una parola tematica dalle infinite fonti semantiche che si intrecciano le une e le altre, e che vorrei analizzare e descrivere sulla scia di un cammino misterioso che porta alla dimensione interiore della vita: alla interiorità. Ma dire dell’interiorità è avviarsi lungo il cammino non facile e doloroso della conoscenza di sé, interrogare i modi di questa conoscenza, e la loro correlazione con la conoscenza degli altri, e confrontarsi con le emozioni e le passioni che sono in noi, e negli altri” (8).

Non si può vivere senza nostalgia, descritta da Borgna “come stato d’animo, come esperienza emozionale, come sentimento, come forma di vita, come desiderio, come dolcezza del focolare, come sfumatura della memoria, come esperienza poetica, e in fondo come recupero di avvenimenti del passato, di un passato lontano e vicino, smarrito, certo, ma non perduto per sempre” (52).

Ma Borgna invita a confrontarsi anche “con una diversa immagine della nostalgia, quella che si fa dolorosa e bruciante nelle sue conseguenze, e che si accompagna a depressione e ad angoscia, a male di vivere e a malattia dell’anima, e talora del corpo” (52).

La nostalgia rinasce dalla memoria: “immergersi nelle acque inquiete della nostra vita emozionale, è un’esperienza che talora siamo noi a ricercare, sfuggendo alle consuetudini e alle divagazioni della nostra vita quotidiana, e talora rinasce improvvisa sulla scia di un’immagine, di una lettera, di un libro, di una fotografia, di un ascolto musicale, di un paesaggio, un incontro, e talora di una parola. La nostalgia ci parla della tendenza, galleggiante in ciascuno di noi, a ridare un senso al passato, alle esperienze che sono state fatte in passato, e a non lasciarle morire” (74).

Inoltre, l’intento del libro di Borgna è quello di “rivalutare gli orizzonti di senso della nostalgia, di questo stato d’animo, di questa forma di vita, di questa silenziosa ricerca di un futuro e di una speranza, seguendo il misterioso cammino che porta alle aree sconfinate della interiorità” (66).

Le pagine di Borgna sulla nostalgia, mediatrice di comunicazione con i mondi sconfinati dell’interiorità e della memoria, nutrite di psichiatria e di letteratura, si concludono con: “Così noi viviamo, e ogni volta diamo l’addio a qualcosa di noi che la nostalgia misteriosamente ci consente di ritrovare” (7).

  • Speranza e disperazione

La speranza non è ottimismo e non è solo attesa ma infinita ricerca di senso. “La speranza fa parte della vita, e non è facile, forse non è possibile, vivere senza speranza, che ci consente di vedere la realtà con occhi non turbati dalle esteriorità e dalle convinzioni, e di aprirci al futuro, senza rimanere prigionieri di quello che è avvenuto nel passato, e di quello che avviene nel presente. La speranza, il nascere e il morire della speranza, l’ho incontrata in psichiatria, ascoltando le pazienti nei luoghi, in cui ho lavorato, e in questo libro ho descritto le esperienze di giovani pazienti nelle quali la malattia si intrecciava alla perdita e alla rinascita della speranza che sconfinano l’una nell’altra, ed è necessario conoscerle nelle loro reciproche relazioni” (147).

L’esperienza diretta con i naufraghi/e della speranza spinge Borgna a elaborare importanti considerazioni sul suicidio, espressione estrema di una vita dalla quale si allontana ogni scintilla di speranza. A riguardo scrive delle pagine bellissime sul suicidio di Cesare Pavese. Dalle lettere, dal diario e dalle poesie dello scrittore stralcia frammenti, anche dell’età adolescenziale, da cui emergono spie importanti del cammino che lo ha condotto al desiderio della morte volontaria.

La speranza è fragile, e può essere incrinata e lacerata non solo dall’indifferenza e dalla disperazione, ma dalla paura. Nel contesto storico e culturale del nostro tempo crescono e dilagano forme diverse di paura, sempre più estese e sempre più dolorose; e da fenomeno individuale la paura si trasforma in fenomeno sociale. Se molteplici sono le regioni tematiche della paura, sostanzialmente uniforme è la risposta emozionale alla paura: quella di ripiegarsi in sé stessi, e di allontanarsi dalle relazioni con le persone, e con il mondo della vita, naufragando in una solitudine che sconfina nel gorgo della indifferenza ai valori della solidarietà, e nel deserto dell’amore, e della speranza. Ci si chiude in casa, si chiedono misure di sicurezza, che ci tengano lontani dagli altri, e ci si immerge in un climax di allarme, e di sospetto, che inaridisce la fiducia, e la solidarietà, e allora non è facile mantenere viva in noi la speranza che è esposta alla paura della malattia e a quella della morte, alla paura della solitudine e a quella della diversità, la paura della fragilità e a quella dell’abbandono.

Fra le possibili paure, quelle quotidiane, e quelle sociali, una delle più frequenti e delle più ignorate è la paura a guardare dentro di noi: la paura a seguire il cammino misterioso che porta alla nostra interiorità” (127).

Nonostante la strage delle speranze umane sia una delle cose più strazianti che oggi avvengono, non può venire meno il dovere di sperare. La speranza ha una radice: la comunione. Si sostiene e si alimenta nella sua dimensione umana e sociale solo se c’è la cura e la comprensione del dolore e dell’angoscia, della tristezza e della fatica di vivere anche degli altri diversi da noi.

Infine, Borgna accenna alla “speranza come trascendenza, come apertura all’altro da noi, e come ascolto dell’infinito” (131). Ma precisa che “la categoria fenomenologica della speranza e quella religiosa si uniscono e si separano, si intrecciano e si rispecchiano l’una nell’altra” (142).

Diventa così apologetica e confessionale la tesi di chi sostiene che la speranza umana si identifica con le speranze effimere chiamate anche illusioni per esaltare un orizzonte altro del futuro, assicurato dalla fede, con la speranza religiosa. Certo la speranza cristiana può non incrinarsi nemmeno quando muore la speranza umana. Ma, sia nel cristiano  e sia nel non credente divorati dall’angoscia, la speranza cancella la nostalgia della morte, solo a condizione che gli occhi siano bagnati di lacrime e non a buon mercato.

  • In dialogo con la solitudine

L’ultima parte del libro di Borgna ha un obiettivo alto: far conoscere la grande umana significazione della solitudine. Ed è la parte più ricca e interessante.

La solitudine non è l’isolamento che nasce dal dolore, dalla malattia, dalla disperazione o dall’indifferenza, dal rifiuto del dialogo, del colloquio e della solidarietà.  La solitudine si distingue dall’isolamento come il silenzio si distingue dal mutismo. Chiarito questo, Borgna scrive pagine straordinarie sulla solitudine interiore come solitudine dialogica e creatrice, sulla solitudine come relazione. Questa solitudine, oltre ad una cifra interiore, acquisisce una matrice di cambiamento relazionale e culturale, politico e sociale. “La solitudine, come il silenzio, ci aiuta a distinguere le cose essenziali della vita da quelle che non lo sono, e anche di trovare le cose che ci uniscono nella realtà, e nella solidarietà” (173).

Sorella della solitudine è la timidezza che Borgna rivaluta ed elogia. E nel ricordarne la fragilità e la vulnerabilità, ne riconosce la presenza in ogni età della vita: nell’adolescenza, nella condizione anziana, nelle case di riposo, nel bambino malato, in ogni tipo di malattia.

Le modalità di espressione della solitudine sono molte: “ci sono solitudini rapsodiche e struggenti, dolorose e nostalgiche, friabili e impenetrabili, creatrici e raggelanti, autistiche e dialogiche, aperte e chiuse alla speranza, e ciascuna di queste diverse forme di espressione della solitudine ci immerge in una diversa relazione con il mondo della vita” (193).

Borgna trova le luci e le ombre della solitudine nella poesia di Petrarca, Leopardi, Dickinson, Rilke, Mansfield e di Antonia Pozzi. Il libro dedica anche alcune pagine alla solitudine di un monastero, quello dell’abbazia benedettina sul lago d’Orta, in cui Borgna ha sperimentato “il senso attonito del mistero nel quale, come diceva il grande teologo luterano D. Bonhoeffer, (…) è immersa la nostra vita” (211).

Le pagine finali del dialogo sono dedicate all’ultima solitudine: quella della morte e del morire. “La morte non è il morire, la morte è la conclusione della vita, il morire è ancora vivere, ma in ore che non hanno più sorelle” (217).

    Dare voce al cuore è un libro che insegna a percorrere i sentieri dell’interiorità, perché le emozioni sono l’essenza del vivere e un ponte per andare incontro al prossimo. Dobbiamo saperle riconoscere e ascoltare.

Coloro che già conoscono e hanno letto i tantissimi libri scritti da Eugenio Borgna troveranno in questo testo poche novità e qualche ovvia ripetizione.

Per chi si accosta per la prima volta all’autore, nessuna preoccupazione. Il libro è molto divulgativo, non è per specialisti e non è solo per psichiatri. Ma attenzione: il libro serve sì per calarsi nella interiorità e stare meglio con sé stessi ma non è un libro intimistico.  È seminato da accattivanti risvolti sociali e culturali. È un libro per conoscere meglio non solo la solitudine che è in noi, ma anche quella che è negli altri. Ed è un libro con indiretti risvolti “politici”, perché, sostiene Borgna, citando Friedrich Nietzsche, “là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio di mosche velenose” (219).


[1] Eugenio Borgna, Dare voce al cuore, Einaudi editore, Torino, settembre 2023, pp. 234, € 15,00

[2] https://www.festivaldignitaumana.com/. Si tiene a Novara dal 2012. La IX edizione (1°- 13 ottobre 2023), ha affrontato il tema: INTELLIGENZA ARTIFICIALE: SIAMO PRONTI AL POSTUMANO?

[3] A. Manzoni, I promessi sposi, cap. VIII.

[4] Gli autori più citati: Leopardi, Musil, Rilke, Bernanos, Dostoevskij, Pavese, Gozzano, Corazzini, Goethe, Pascoli, Dickinson, Pavese, Pozzi, Ungaretti, Zambrano, Brentano, Woolf, Sachs, Trakl …

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