Il 3 agosto scorso è scomparso Giovanni invitto, docente di filosofia ad Unisalento. Fulvio De Giorgi, copresidente dell’associazione Rosa Bianca così lo ricorda: “Filosofo e docente universitario, Invitto ha costituito nel tempo un punto di riferimento per i cattolici di sinistra in Terra d’Otranto. Amico di Pedrazzi, di Mancini, di Ardigò, tra i fondatori della Lega Democratica, è stato un instancabile suscitatore di iniziative di base, coagulando collaborazioni e partecipando a iniziative collettive. Ricordo il Centro Peguy, con il suo bollettino, la pubblicazione più politica, l’associazione il Frantoio (con Gianni Giannotti)”. Invitto è stato anche assessore in giunte comunali di sinnistra a Lecce e ha ricoperto numerosi incarichi nnell’università. A Brindisi ricordiamo la sua collaborazione per la Conferenza Cittadina sull’Emarginazionee nel 1982 e i numerosi scritti sul mensile Nuova Politica del mvimento Presenza Democratica/Asinistra. Con unno di questi articoli sulla pace vogliamo ricordarlo.

di Giovanni Invitto
Nuova Politica n. 10/1983
“La pace è stata divisa. Ora c’è “l’altra faccia” della pace. Quel che è peggio, i cattolici si sono divisi su questo tema. Eppure non dovrebbero esserci dubbi: l’opzione per la pace, per una pace senza riserve e senza aggettivi, costituisce la peculiarità primaria dell’impegno cristiano nel mondo.
Tutti gli equivoci e le divisioni sorgono, invece, quando riduciamo il problema della pace a un problema di politica internazionale e, quindi, di alleanze. Si tratta, in questa accezione schizofrenica della pace, di accettare un imperialismo o un altro. Ma l’imperialismo è sempre interno alla logica violenta di sfruttamento. La società conflittuale può originare soltanto dalle istanze soggettive. Neocapitalismo occidentale e pseudo collettivismo sovietico sono fenomeni di una stessa realtà politica.
Chi vuole lavorare per la pace, guardando a tempi lunghi, deve vederla non solo come conclusione di una strategia, ma come via di convivenza. Intendendo la pace come conclusione, abbiamo giustificato, nella storia, tante guerre “sante”, tante guerre “giuste”. Si vis pacem, para pacem. Ma in Italia è possibile praticare la scelta della pace?
Probabilmente lo Stato italiano non è in grado di fare sua una politica autenticamente pacifista, perché è fortemente condizionato dei legami economici, oltre che politici, con l’alleanza occidentale. Se i socialisti pacifisti spagnoli contestano l’adesione alla NATO, su questo punto né socialisti né comunisti italiani pensano di poter fare una battaglia. L’atlantismo è, ormai, un destino. Ciò ipoteca e ridimensiona anche le possibilità di una nostra autentica politica internazionale. La nostra è una sovranità limitata e controllata.
Ma spingiamo ancora più in fondo le considerazioni. In Italia non vi è una cultura della pace perché non può esserci tale cultura in una società competitiva e conflittuale. Quello della pace non è un problema di politica estera, ma è una questione legata alla politica e all’economia interna. Occorre convincersi che non ci sarà scelta di pace, fino a che esisteranno gli aspetti perversi del sistema capitalistico, finché si respingerà la violenza con la violenza.
Quello della pace non è un discorso isolabile; non è un “di più” rispetto al discorso relativo al sistema economico e politico. Esso strutturalmente connesso e richiede una profonda revisione globale della nostra società. La pace, se vista in questi termini, non è assenza estrinseca di conflitti. Il pacifismo, la non-violenza diventano così scelte di campo radicali e anticipatrici, eterogenee alla nostra classe politica e alla nostra storia politica.
Le accuse di strumentalismo e di utopicità non ledono la sostanza di un progetto che rifiuta di scendere nel pragmatismo asfittico del negoziato, sempre interno alla logica di guerra”.

