L’OBIEZIONE ALLA GUERRA COME “FORZA PIÙ POTENTE”

Antonio Greco*

Dopo sette mesi, l’inferno della guerra in Ucraina continua ad ardere. E non solo. Taiwan, Bosnia, Kosovo, Caucaso, Siria, Medio Oriente, Gaza, Kurdistan, Yemen…

La coscienza pacificatrice nata dopo la seconda guerra mondiale sembra addormentata, mentre la guerra torna a essere la triste compagna della storia umana o un destino ineluttabile e irreversibile. Anzi l’atto fondante della guerra, generata dal patriottismo esasperato, dal nazionalismo dell’odio per le patrie altrui (fossero etniche, religiose o culturali), appare l’unica emozione che unifica una società e che fabbrica consenso.

Pur nel frastuono di una cultura  e di una informazione sempre più bellicista e militarista che la sommerge, esiste nel mondo anche un’anima nonviolenta che lo abita e non cessa di palpitare dal fondo carsico della storia.

I movimenti che condannano la guerra come un crimine, coloro che con azioni concrete dicono alla violenza: “non ci sto”, e fosse pur vero che il pesce grande mangerà sempre il piccolo…, io dico di no, io faccio tutto ciò che mi è dato di poter fare perché avvenga il contrario” (con: obiezione di coscienza al servizio militare, obiezione fiscale alle spese militari, insistita richiesta della riduzione del 2% delle armi nucleari, boicottaggio, nonviolenza attiva …), non sono ancora maggioranza nel mondo manon mancano. Al pensiero nonviolento classico (Gandhi, Lorenzo Milani, Ernesto Balducci, Alex Langer, Aldo Capitini, Tonino Bello…), occorre annoverare opere di esseri umani con una storia culturale e scientifica di grande coraggio: quella di Gabriella Falcicchio con le sue “linee di sviluppo sull’educazione alla luce  della nonviolenza”, quella di Stefano Mancuso sulla cooperazione tra le piante in botanica, ed altre ancora.

Come ci dice Giuliano Pontara, infatti, “si può scoprire che molte tesi sostenute nell’ambito di un ‘pensiero nonviolento’ o di una ‘dottrina nonviolenta’, o di un ‘discorso della nonviolenza’ sono comuni ad altri pensieri, ad altre dottrine, ad altri discorsi, e magari anche meglio sviluppati in essi” (G. Pontara, Note sulla nonviolenza come azione e come pensiero, Parolechiave, 2008, n. 4, pag. 2). Questi scienziati hanno iniziato a scrivere un’altra narrazione della storia attraverso parole e azioni sublimi che rappresentano alcune declinazioni della speranza attiva: cooperazione, coevoluzione, simbiosi.

A questi movimenti moderni, che guardano negli occhi il male e lo combattono con la nonviolenza, si è unita, prima a maggio e poi a luglio, in modo sorprendentemente nuovo, la voce di papa Francesco.

Nell’intervista al Corriere della Sera del 3 maggio ha introdotto la via della nonviolenza attiva come risposta alla via imperante della guerra. Non c’è solo la via diplomatica per superare la guerra. “Due o tre anni fa a Genova è arrivata una nave carica di armi che dovevano essere trasferite su un grande cargo per trasportarle nello Yemen. I lavoratori del porto non hanno voluto farlo. Hanno detto: pensiamo ai bambini dello Yemen. È una cosa piccola, ma un bel gesto. Ce ne dovrebbero essere tanti così». Per la prima volta, sulla bocca di un pontefice, c’è il suggerimento della possibilità dell’adozione di forme di resistenza civile come pratica applicazione di un’alternativa nonviolenta all’impiego delle armi.

Più rivoluzionario ancora appare il messaggio dell’11 luglio u.s. rivolto a ai partecipanti alla “EU Youth Conference”  di Praga:

(…) Ora dobbiamo impegnarci tutti a mettere fine a questo scempio della guerra, dove, come al solito, pochi potenti decidono e mandano migliaia di giovani a combattere e morire. In casi come questo è legittimo ribellarsi!

Qualcuno ha detto che, se il mondo fosse governato dalle donne, non ci sarebbero tante guerre (…). Allo stesso modo mi piace pensare che, se il mondo fosse governato dai giovani, non ci sarebbero tante guerre (…)”.

Vorrei invitarvi a conoscere (…) un giovane europeo dagli “occhi grandi”, che si è battuto contro il nazismo durante la seconda guerra mondiale, Franz Jägerstätter. Franz era un giovane contadino austriaco che, a motivo della sua fede cattolica, fece obiezione di coscienza di fronte all’ingiunzione di giurare fedeltà a Hitler e di andare in guerra. Tutti erano contro di lui, tranne sua moglie Francesca (…) Franz preferì farsi uccidere che uccidere. Riteneva la guerra totalmente ingiustificata. Se tutti i giovani chiamati alle armi avessero fatto come lui, Hitler non avrebbe potuto realizzare i suoi piani diabolici. Il male per vincere ha bisogno di complici.

Franz Jägerstätter venne ucciso nella prigione dove era rinchiuso anche il suo coetaneo Dietrich Bonhoeffer, (…) che fece anch’egli la stessa tragica fine”

(https:// press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/ pubblico/2022/07/11/0528/01069.html).

Francesco chiama i giovani a fare una rivoluzione: disobbedire agli ordini di guerra. Senza i soldati la guerra non si fa. La faranno con corrotti e venduti, anche per miseria. Gli uomini liberi annullano la guerra. È vero che oggi la fanno i tecnici, ma anche loro hanno coscienza, possono bloccarla.

Il messaggio di Francesco è contro la politica omicida e quei governi che ammettono tra i loro mezzi la guerra. Ma se qualcuno ti aggredisce? Ci sono reali esperienze storiche di difesa popolare nonviolenta, che gli statisti, anche democratici, non vogliono conoscere. Perché? Perché dipendono, anche loro, dall’economia di guerra.

 Il messaggio di Francesco è anche un invito a boicottare quelle religioni che insegnano ad obbedire all’autorità politica se fa la guerra. Per la morale classica era un peccato disobbedire, ma ora il papa chiede di fare questo «peccato».

I media hanno ignorato questo messaggio di Francesco sul rifiuto di fare la guerra per ragioni di coscienza.  Preferiscono chiacchierare del ginocchio e del sì o no le dimissioni del papa.

In Vaticano resiste ancora la teoria della guerra giusta. E le posture cesaropapiste delle chiese nel conflitto Ucraina-Russia rendono difficile poter dire che le religioni siano portatrici di pace. Anche la chiesa italiana appare disinteressata a questo tema. Ho letto alcune sintesi finali diocesane del primo anno del cammino sinodale. Non mi risulta, per miei limiti di lettura, che sia stata assunta l’importanza centrale della nonviolenza per la fedeltà al messaggio evangelico e per un radicale rinnovamento ecclesiale. Solo nella Sintesi dei contributi alla fase narrativa del Cammino sinodale della Diocesi di Torino si può leggere: “nella chiesa italiana si ritiene urgente eliminare lo scandalo di avere cappellani militari che sono inseriti stabilmente nell’esercito”(pag. 9).

 Ma la novità introdotta da Francesco conferma che anche la istituzione religiosa che da secoli convive e benedice la guerra non può ignorare che nel mondo c’è un’anima nonviolenta che lo abita e può rappresentare in un prossimo futuro una “forza più potente” della violenza.

*articolo pubblicato in una versione più breve il 20 agosto 2022 su Quotidiano di Puglia

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