RICORDO DI GIOVANNI FRANZONI

A cinque anni dalla sua morte Dea Santonico, una delle prime testimoni della nascita della Comunità cristiana di base di San Paolo Fuori le Mura, ricorda il suo fondatore richiamando alcune parti del testo “La solitudine del samaritano”. Giovanni Franzoni fu “espulso” dall’incarico di abate di San Paolo e “ridotto” allo stato laicale. Assieme ai laici che erano intorno a lui continuarono a riunirsi, sino ad oggi, nella comunità di San Paolo dove Dea è ancora attiva.

Dea Santonico

Ricordare Giovanni Franzoni a cinque anni dalla sua scomparsa e farlo risfogliando il suo libro “La solitudine del samaritano – Una parabola per l’oggi”, mi fa sentire un po’ meno la sua mancanza. Torna a rimettermi in discussione, come sempre riesce a fare Giovanni con il suo pensiero altro, con le sue parole, mai scontate, capaci di arrivarti dentro. Un libro del giugno 1993 per parlare di quella parabola a lui tanto cara del Vangelo di Luca.

“L’unica sepoltura che conta è forse proprio nella memoria degli amici, là dove la tua vita è diventata vita di altri e il tuo pensiero è diventato pensiero di altri” – scriveva in quel libro.

Non so se la mia mente e il mio cuore siano una buona e degna sepoltura per Giovanni, so però di poter dire che a volte faccio fatica a distinguere dove finisce il mio pensiero e dove comincia il suo, tanto il mio pensiero si è andato contaminando con il suo nei lunghi anni del cammino insieme nella Comunità cristiana di base di S. Paolo e nell’esperienza del Laboratorio di religione con i bambini e le bambine.

Riporto qui stralci del suo libro, perché la riflessione sulla parabola ci arrivi attraverso le parole di Giovanni. Tutti i pezzi evidenziati in corsivo e tra virgolette sono estratti dal libro. Difficile decidere quali stralci tirar fuori e quali no, la scelta è caduta su quelli che più mi hanno interrogato e con i quali il mio pensiero e il mio vissuto si sono andati intrecciando. Intreccio di pensieri ed emozioni che queste pagine raccontano. Nessuna pretesa di esaurire l’argomento, solo qualche spunto per stimolare una riflessione e magari la curiosità di leggere il libro.

Quanto e perché il testo di Luca sia “una parabola per l’oggi” – come recita il titolo – lo spiegano bene le prime pagine del libro:

“Sarà compito degli storici, dei sociologhi o degli esperti in psicologia collettiva sapere che cosa è successo alla donna e all’uomo degli anni Novanta. Perché correvano con tanta fretta. La mia preoccupazione è che nella corsa qualcuno sia calpestato, altri anche solo dimenticati o almeno lasciati indietro, altri ancora consapevolmente immolati sull’altare della “ragion di Stato”, ma che dico? ormai nemmeno più della ragion di Stato ma della ragione del gruppo. Bisogna anche dunque sapersi fermare. […] C’è un tempo che scorre con misurabile e programmabile scansione e c’è un momento puntuale e forte in cui l’appuntamento è con l’emergenza di un evento. Dei nostri programmi, dei nostri tempi misurabili, dei nostri risultati risponderemo ai giudici che ci attendono alle debite scadenze. Ma c’è un momento in cui la nostra persona è interpellata da un evento inatteso e non programmato. Essendo più segnato dalla irreversibilità che dalla casualità, credo che più che storico si possa dire escatologico. Mai più incontrerò questo sconosciuto che oggi mi interroga con la sua povertà esistenziale; l’atto di fermarsi nella corsa, che forse lui non mi chiede ma che io chiedo a me stesso, non ha passato e non ha futuro”. 

Nella nostra corsa quotidiana possiamo forse anche aver previsto spazi da dedicare agli altri, magari facendo volontariato, sulla base di un’agenda ben studiata, che permetta di razionalizzare e ottimizzare gli aiuti e il tempo da spendere in quell’attività. Cosa che per la verità, trasferendo sull’attività di volontariato un’abilità che ho maturato nella mia vita lavorativa, mi riesce non male.

Ma il samaritano non è un volontario. Non sembra che si trovasse su quella strada da Gerusalemme a Gerico in cerca di feriti da soccorrere: l’incontro con quell’uomo malmenato dai briganti non lo aveva previsto né tantomeno programmato. È successo e ha messo da parte i suoi programmi per soccorrerlo.

È su questo che la parabola ci interroga: sulla capacità di fermarci se inciampiamo in qualcuno che ha bisogno di aiuto, che ce lo chieda o no, di lasciare che ci scombini i nostri programmi e consumi senza preavviso quella risorsa preziosa che è il nostro tempo. E questo è tanto più difficile, per me, e forse non solo per me. Davvero una parabola per l’oggi!

Non si può capire la parabola senza calarla nel suo contesto storico, senza comprendere prima chi fossero i samaritani. Passaggio essenziale per coglierne la provocazione ed evitare che ci arrivi come una bella favoletta. A questo è dedicato un intero capitolo del libro:

“Gli abitanti della montuosa regione della Samaria erano stati insediati dagli assiri al posto delle popolazioni ebraiche deportate da Sargon II, re di Assiria (721 a.C.) a seguito della guerra di assoggettamento di Israele […] Oltre che per le loro origini bastarde i samaritani furono odiati e disprezzati per il loro pragmatico sincretismo religioso. Poiché si erano portati dalla Mesopotamia le loro usanze religiose e i loro idoli e, in questo pantheon di divinità straniere, per propiziarsi anche il dio del luogo, avevano introdotto il Dio di Israele […] Le samaritane, poi, erano considerate ‘mestruate fin dalla culla’ e pertanto portatrici di impurità da sangue; da questo tutti i samaritani erano impuri. Ogni letto su cui aveva dormito un samaritano era considerato impuro. Gli sputi delle samaritane erano considerati impuri; se dunque vi era in una città anche una sola samaritana, ogni sputo, nell’impossibilità di identificarne la provenienza, doveva essere considerato impuro […] Questo determinava il clima di rifiuto, di emarginazione e di disprezzo che circondava questa minoranza etnico-religiosa”.

Esseri spregevoli, dunque, scartati tra gli scartati agli occhi del dottore della legge, che aveva posto quella domanda: “Chi è il mio prossimo?” Nella risposta la parabola è dirompente. Scrive Giovanni:

“Gesù non risponde: ‘Chiunque è il tuo prossimo’, ma rovescia il rapporto salvatore / salvato. Del samaritano, che, volendo superare le riserve della cultura del tempo e del diritto consolidato, sarebbe stato al più da ammettere nell’area del prossimo da salvare, ne fa un salvatore. Il samaritano che da secoli attendeva di essere incluso nella grande famiglia dei prossimi da amare, sente con sorpresa dire, dalle labbra di un autorevole rabbi, che un figlio della sua stessa gente maledetta è portato come modello di amore del prossimo a uno scriba di schietta discendenza”.

Su quell’aggettivo “buon” che compare nel titolo (non nel testo) della parabola Giovanni ha molto da ridire:

“Alla parabola viene spesso dato il titolo: Parabola del buon samaritano. Ma da dove è uscito che il samaritano fosse buono? Nel testo evangelico non vi è traccia di questo aggettivo. Nel linguaggio del compositore della parabola si parla di un samaritano e basta. Poiché i samaritani erano per gli ascoltatori di Gesù la peggior genìa che si potesse pensare, la provocazione della parabola era chiara. Chiamare buono il samaritano, significa forse dire che quel samaritano era buono e perciò si comportò bene, ma che gli altri samaritani potevano restare dove erano, nel loro ghetto, nella loro separazione, nella loro incomunicabilità. Non sembra questo l’insegnamento di Gesù”.

Quale potrà essere stata la reazione del ferito una volta venuto a conoscenza di essere stato salvato da un samaritano? La parabola non lo racconta. Ma siamo sicuri che questo non possa essere stato per lui motivo di difficoltà e imbarazzo? Non è facile pensare di essere stati salvati da una persona verso la quale si prova repulsione e disprezzo.

Se c’è una categoria di persone per le quali il solo pensiero che ci possano salvare ci fa rabbrividire, forse quelli sono i nostri samaritani. Quanto a me, se mi muovo in ambito politico potrei trovarne… E se mi succedesse che qualcuno di loro mi salvasse, meglio raccontarmi quella storia come la storia del “buon…” Aiuta quella parola “buono”, a non mettersi in discussione – vabbè… uno era buono, forse per sbaglio: l’eccezione che conferma la regola – a non scomodarsi a ripensare ben radicate convinzioni, che ci permettono rassicuranti collocazioni dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra, semplificandoci la vita. Ma quella parola nel brano del Vangelo di Luca non c’è. Peccato! Sarebbe stata una comoda via di fuga per quel dottore della legge e per me, nei confronti dei miei samaritani.

Poiché ho scomodato l’ambito politico, a scanso di equivoci una precisazione va fatta. Lungi da me pensare che il problema sia nel prendere posizioni politiche convintamente e radicalmente schierate da una parte, e una sola: mettersi sopra le parti è un bluff per mantenere lo status quo. È giusto quindi schierarsi se si vogliono combattere le ingiustizie che colpiscono soprattutto le persone più fragili. Il punto è un altro, è mantenere alta la vigilanza su noi stessi, in qualunque ambito ci muoviamo, per non creare categorie di persone non degne di appartenere al genere umano, persone abiette, o addirittura mostri. Non ci sono mostri, ci sono mostruosità che gli esseri umani possono commettere. Creare categorie di persone a cui attribuirle in esclusiva è una comoda ma pericolosa semplificazione. Non ci aiuta a capire.

Se è difficile amare il prossimo come se stessi, è difficile anche lasciarsi amare da chi si fa nostro prossimo, se appartiene al gruppo sbagliato. Assumerlo poi come modello da seguire può essere destabilizzante! “Va e fa come ha fatto lui” – dice Gesù al malcapitato maestro della legge. Un invito scomodo, forse irricevibile… A quel dottore della legge, peraltro bravo, come risulta dalla prima parte del brano del Vangelo, va tutta la mia comprensione…  

Ma se nessuno ci dice che il samaritano fosse buono – non sappiamo niente della sua vita di prima, né di quella di dopo – non sta scritto da nessuna parte che il sacerdote e il levita fossero cattivi. Avevano solo i loro impegni, importanti, forse al servizio della comunità. Per questo non si fermano. Non possono. Che ne sarebbe dei loro importanti programmi e del rispetto dei loro compiti?

Non è sulla categoria buono-cattivo che si gioca l’insegnamento di Gesù. Se assumiamo questa come chiave di lettura andiamo probabilmente fuori strada. Ha ragione Giovanni: quell’aggettivo “buono” va tolto dal titolo della parabola.

Interessante la riflessione di Giovanni sulla laicità della compassione:

“L’atto di misericordia, così come è raccontato nella parabola del samaritano, manifesta la sua virtuale universalità per l’assenza di ogni motivazione religiosa […] Nessuna religione può appropriarsi della compassione ritenendosene arbitra e dispensatrice. Essa è un evento salvifico che getta le sue radici nell’umanità, quando esce dalla corazza difensiva e si riconosce nel prossimo”.

“Se non si toglie la corazza dell’autosufficienza nulla di nuovo può nascere o rinascere. La commozione del samaritano, come quella del padre che ritrova il figlio smarrito, viene a tal punto dal profondo dell’animo umano da potersi chiamare divina. Per questo è da tutti, senza esclusione, anche se è tanto doloroso arrivarci giacché prima di generare la vita dobbiamo trasformare noi stessi”.

E si chiede Giovanni: “Non potrebbe essere la compassione che ci ferma nella nostra corsa un indizio del divino?”

Ma qual è il limite? C’è una misura per la compassione? Una giusta misura del dare, che ci permetta un equilibrio? Scrive Giovanni:

“Fermarsi per creare una obiettiva prossimità fondata sul rapporto diretto io-tu, comporta una dedizione personale e un impegno del proprio tempo e delle proprie energie che si oppone a una gestione razionale ed economica di questi. Dobbiamo dunque parlare di una opposizione tra la solidarietà che assorbe e talvolta divora la nostra vita, presentandosi almeno apparentemente come spreco, e invece una economia del tempo che indirizza l’attenzione su programmi razionali e delega altri ad operare direttamente nel campo della solidarietà. L’aiuto al prossimo delegato a pochi “addetti” […]   Perché incontrare o evitare lo sguardo dei poveri? Forse nei loro occhi c’è del rimprovero per essere costretti in uno stato di dipendenza? Forse semplicemente chi mette i soldi nel bussolotto per i poveri o, in tempi moderni, conferisce il suo otto per mille sul modello 740 alle Chiese, non vuole essere implicato in un rapporto io-tu che lo può costringere in storie nuove e compromettenti? Forse c’è una misura del dare, che delegando altri possiamo tranquillamente preventivare e programmare, mentre incontrandosi direttamente con i poveri corriamo il rischio di vedere compromessa? […]  Il dare e la misura del dare divengono un problema di quotidiano equilibrio. Guardare negli occhi il povero vuol dire confessare il proprio limite, confessare di non poter fare di più e non assumersi con presunzione il compito di salvare tutto e tutti. Chi guarda negli occhi il povero non diventerà mai un grande benefattore, al massimo sarà uno che condivide pezzi di vita con i compagni di strada, partendo forse col dare o forse col ricevere e instaurando un rapporto che è più di solidarietà che non di beneficenza”.

È ancora nella parabola che Giovanni trova un’indicazione preziosa anche su questo:

“Dopo aver medicato il ferito, il samaritano carica l’infelice sul suo somaro e lo porta alla locanda più vicina. La mattina dopo paga il conto e assicura il locandiere che se al suo ritorno ci sarà ancora qualche cosa da pagare questo verrà saldato. Poi parte perché – laicamente – ha altro da fare. Siamo nel giusto punto di equilibrio tra il fare qualcosa sperando che altri di buona volontà portino a compimento l’intervento, e il perdersi con il perduto. Questo è l’insegnamento sulla prossimità. Anche nella misura dell’atto misericordioso, la parabola ci da un’indicazione sana”.

Un altro elemento di riflessione che ci offre la parabola è quello sulla gratuità dell’amore: il gesto di amore del samaritano è completamente gratuito, non vincola chi lo riceve, non chiede di essere corrisposto, non presuppone ritorni. Così ne parla Giovanni:

“La parabola del samaritano non infrange solo una visione schematica della salvezza, invertendo i ruoli tra salvatori e salvati, ma nella sua apparente semplicità infrange un altro stereotipo sull’amore: quello della corrispondenza […] L’amore del samaritano si esprime come vita che restituisce vita e non si consuma in un intreccio di amore reciproco”.

Partendo, il samaritano si lascia dietro un conto da saldare, non un biglietto da visita con su scritto il suo nome per poter essere rintracciato e magari ringraziato.

E il pensiero va all’amore gratuito di Dio che ci lascia liberi e non vincola a nessuna risposta. Un amore “irradiante” l’amore divino, come lo chiama Giovanni, che è “discesa e impoverimento”.

“Dio non ha fatto piovere solo sul campo del giusto per incoraggiare i suoi amatori, ma ha fatto piovere sul campo del giusto e del peccatore perché ciascuno potesse mettere alla prova la sua capacità di amore ‘irradiante’. Certo l’amore si disperde come un ruscello in una terra arida e assetata che assorbe e non produce amore, ma Dio è paziente e l’ultima forma di onnipotenza che gli resta dopo l’impoverimento dell’incarnazione è forse la pazienza di seguitare a irradiare amore, contro ogni ragionevole economia”.

Una spiegazione del senso del titolo del libro: “La solitudine del samaritano”, la troviamo qui:

“Non credo si debba leggere nel testo del Vangelo una minaccia di punizione per chi chiude le viscere alla misericordia, ma una forte proclamazione della irreversibilità dell’evento: mai più incontrerai questo povero, e a decidere se fermarti sei solo tu. Mentre in una considerazione di carattere moralistico si potrebbe dire che uno ha avuto il merito di fermarsi spesso e può essere pago di questo, in una considerazione quale ci propone il Vangelo il giudizio è solo se ora, in questo momento, di fronte a questa persona egli si ferma. Non sei quindi solo perché solo ti lasciano le istituzioni o gli altri. Sei solo anche da te stesso, perché non ti accompagna quello che sei stato ieri e non puoi farti guidare da ciò che pensi di essere domani”.

Un insegnamento controcorrente quello della parabola nel periodo storico in cui viviamo, dove tutto si gioca sulla visibilità, su ciò che appare, sui selfie da postare sui social, sulla velocità, sui botta e risposta fatti di slogan tra i politici e non solo. E tornano alla mente le parole di Alex Langer: “Più lento, più profondo, più dolce”, in contrapposizione con quelle del motto olimpiaco: “Più veloce, più in alto, più forte”. Ma a seguire l’insegnamento della parabola e quello di Alex, si rischia di finire come lui, tra i perdenti…

Mi commuovono profondamente le parole con cui Giovanni conclude la sua riflessione:

“Certe persone escono dall’anonimato, compiono il loro gesto di amore e di umanità e poi scompaiono lasciando dietro di sé solo l’indicibile profumo del loro atto. Nemmeno il nome, questa tenue traccia che almeno potrebbe incidere nella memoria associato al gesto compiuto, è rimasto di tanti samaritani […] Gli atti anonimi di misericordia, gli sguardi sfuggevolmente incontrati, le mani sfiorate, le parole sussurrate a mezza bocca in cui si diceva amore con pudore e timidezza, i sentimenti incompleti ma generosi, i piccoli doni inutili: tutto questo cade come il seme di cui parla il Vangelo in un terreno, in un solco e di là, se bene accolto e non portato via dal vento della frettolosità o soffocato dalle spine delle passioni faziose, risorge per portare il frutto. Come sarà buffo, nei giorni in cui la morte si avvicinerà prepotentemente, ricordare gesti, sorrisi e parole e non riuscire ad attribuirli a volti e nomi. Nello stato confusionale e nei deliri delle ultime notti, per un prolungarsi di quella malattia veramente mortale di cui abbiamo sofferto nei giorni dell’efficienza e che consisteva nell’archiviare i ricordi delle cose buone o cattive per attribuirli meticolosamente a persone buone o cattive e poter così frequentare i buoni ed evitare i cattivi, cercheremo un’ultima volta di dare ordine ai nostri pensieri, ma non ci riusciremo. In quei giorni il Creatore confonderà nuovamente gli elementi che agli albori della creazione aveva separato e del suo “puzzle” ci rimarrà ancora una volta tra le mani solo i frammenti. Esausti ci abbandoneremo alla confusione e umiliati per la sconfitta riconosceremo che la gratitudine va divisa tra tanti, anzi va attribuita alla vita stessa. Forse così si farà luce, la morte ci parrà meno oscura e la speranza nella resurrezione più ferma”.

Caro Giovanni,

se quella Chiesa, che hai seguitato ad amare anche dopo le sanzioni che ti hanno colpito, sapesse riconoscersi ferita, bisognosa di essere soccorsa proprio da coloro che ha escluso e umiliato, dai tanti samaritani e samaritane del nostro tempo, avrebbe forse una speranza di salvezza.

“Nella Chiesa cisiamo, ma emarginati e sospetti” – scrivevi nella tua lettera del settembre 1976 al Card. Poletti, dopo la riduzione allo stato laicale. E ancora: “Prepara dunque la festa, giacché le monete che hai smarrito le ritroverai (Luca, 15, 8-10), ma le ritroverai tutte insieme; non rientreremo noi preti colpiti da soli”.

Fino a quel giorno, rimarrai ostaggio di tutti coloro che dalla Chiesa sono stati emarginati, finché un posto non ci sarà per tutti e tutte. Resterai un profeta scartato tra gli scartati, che ha saputo accendere una luce di speranza nei cuori di molte e molti ed ha trovato il coraggio di smascherare l’abuso della croce da parte dei potenti: “Suprema incomprensione e bestemmia è porre la croce gemmata sul petto dei prelati o sulla corona dei monarchi e farne ornamento e consolidamento del potere. La croce non conferma e non consacra i potenti ma li giudica e li relativizza”.                                                                                                

10 agosto 2022

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