CON NOI DOPO DUE ANNI

Antonio Greco

28 giugno 2020: muore Michele Di Schiena. È toccato a noi vivere due anni difficilissimi per la triste congiunzione di pandemia, quattro mesi di guerra in Ucraina e di crisi economica (più propriamente “fame” per molti). Senza le sue lucide riflessioni, senza le sue sapienziali e qualificate letture. Ed è esercizio improprio tentare di rispondere alla domanda: “cosa Michele avrebbe detto, scritto, testimoniato sulla guerra in Ucraina?”.

Di Michele ci rimane quanto ha pensato, scritto, testimoniato.  E sarebbe molto utile rileggere i suoi testi sull’articolo 11 della nostra Carta costituzionale, sulla Pacem in Terris di Giovanni XXIII, i tantissimi articoli sulla guerra in Iraq dal 2002, sulla “improvvida e sconcertante” omelia del card. Ruini ai funerali dei morti di Nassirya, sulla corsa agli armamenti… Ci auguriamo che di questo pensiero si faccia uno studio organico (perché vi è sempre nel pensiero di Michele uno stretto rapporto tra sistema economico e finanziario iperliberista e manifestazioni politiche e sociali) e sistematico (scritti che partono dalla cronaca ma che scavano sempre in profondità con letture mai scontate). Come è stato fatto sull’intera vita di Michele da Fulvio De Giorgi con il testo: “La buona battaglia del radicalismo evangelico”, Ed. Manni, 2021.

Michele si è servito spesso di suggestioni letterarie.  La sua scrittura è intrisa di richiami letterari, anch’essi da approfondire, perché non sono semplici citazioni ma radici della sua complessa formazione culturale, politica e religiosa.

Per la loro attualità, nonostante fossero datate, ne riporto due: la prima, quella di Bruto “uomo d’onore” dal “Giulio Cesare” di Shakespeare e la seconda, quella di Boff sul Cristo del Corcovado, entrambe del 2003.

Nel Giulio Cesare (atto III, scena II) William Shakespeare rappresenta la famosissima scena in cui il popolo romano è convenuto nel foro per ascoltare i congiurati e soprattutto l’orazione funebre di Cesare da parte di Marco Antonio. Questi fa parlare l’evidenza dei fatti per dimostrare la tragica falsità di chi li vuole negare o stravolgere, come ha fatto Bruto, “uomo d’onore”.

Michele utilizza questa suggestione per paragonare Bush a Bruto e per svelare la sconcertante assurdità delle logiche con le quali la Casa Bianca ha confezionato sullo scenario internazionale la nefasta teoria della guerra preventiva in vista dell’attacco contro l’Iraq. E conclude con le parole di Marco Antonio-Shakespeare:

O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perso la ragione”. Commenta Michele: “un antico pessimismo questo forse eccessivo perché la maggior parte degli uomini dimostra e reclama buon senso e sentimenti di sollecitudine per le sorti del prossimo. Ma c’è un ristretto mondo che tiene nelle mani i destini dell’umanità, un mondo che sembra impazzito ed in preda ad una irrefrenabile smania di dominio coniugata con una inconsapevole inclinazione verso l’autodistruzione, con un vero e proprio “cupio dissolvi”. La speranza è che le maggioranze del buon senso e dei buoni sentimenti sappiano fermare il rovinoso delirio di potenza di queste minacciose ed arroganti minoranze” (4 febbraio 2003).

La seconda è una suggestiva immagine letteraria, una ardita ma ispirata attualizzazione di alcune espressioni evangeliche, un grido di dolore e di accusa. Michele la riprende da uno scrittore-teologo sudamericano:

Leonardo Boff, ha immaginato che il Cristo del Corcovado, la grande statua di Rio de Janeiro, si sia di colpo animato e, guardando le moltitudini manifestanti per la pace e le immani tragedie della guerra in Iraq, abbia avuto un sussulto ed abbia detto: “Beati siate voi, operatori di pace, perché avete a cuore la memoria dell’arcobaleno … Guai a voi, signori della guerra, nemici della vita e della natura, assassini dei miei fratelli e delle mie sorelle dell’Islam. Perché non avete ascoltato il grido dell’umanità che supplicava dialogo, negoziati e pace? Blasfemi, avete usato il nome del Dio della vita per togliere la vita. Perché avete tradito le norme internazionali poste a salvaguardia di una giustizia minima e del più elementare senso dell’umanità? Perché con sacchi di vile denaro avete fatto di tutto per comprare le coscienze ed estorcere la licenza di attaccare ed uccidere? Codardi, avete scelto un Paese assediato, umiliato ed estenuato per mostrare, come mai si è visto sulla faccia della terra, la vostra capacità di devastazione” (8 aprile 2003).

Non riporto queste due suggestioni per dire quanto sia attuale il pensiero di Michele perché una domanda simile, credo, sia impropria per non dire sbagliata. La domanda giusta, invece, è: quanto siamo attuali noi, rispetto al suo pensiero e al suo impegno?

Confesso che a quest’ultima domanda non so rispondere.

Posso dire solo come vivo questo secondo anniversario della morte di Michele.

In questi mesi ho conosciuto meglio e approfondito il pensiero del fondatore della nonviolenza: Aldo Capitini, di cui si sa, a malapena, che è stato l’inventore, nel 1961, della Marcia della pace Perugia-Assisi. Egli si è definito «libero religioso nonviolento». E ha preso sul serio questi tre termini:

religioso: “di una religione consistente nel rapporto con la COMPRESENZA dei vivi e dei morti, creatrice corale dei valori, provvidente e liberatrice dai limiti dell’attuale realtà”;

libero: in quanto “impegnato in una “formazione incessante di una tale vita religiosa nell’apertura e nel dialogo, con LIBERTA’ da un’istituzione sacerdotale autoritaria che ha un Capo, infallibile pronunciatore di dogmi (papismo)”;

nonviolento: praticante “della nonviolenza e delle sue tecniche in ogni atto e in ogni lotta, verso ogni essere”.

Usava il termine “persuaso” in luogo di “credente” e diceva che “tutti” è plurale di “tu” e non di “tutto”. La “compresenza” è il cuore del suo pensiero. La scelta di questi vocaboli era frutto di una teoria e di una prassi, sulla quale non mi addentro. Me ne manca la capacità. L’ultimo suo libro, fondamentale opera del 1966, prima di morire, ha per titolo “La compresenza dei morti e dei viventi” (ristampato nel febbraio 2022 per la LEF, a cura di Gabriella Falcicchio e Daniele Taurino, con presentazione di Giuseppe Moscati).

La morte è fatto constatabile e ineludibile. Come la nascita. Chi nasce, sostiene Capitini, nasce nella natura e nella compresenza di tutti (morti di ieri, viventi di oggi, uomini/donne e animali). Chi muore, muore nella natura ma non muore perché rimane nel “soffio leggero della compresenza” di tutti gli esseri, viventi e morti. “Per ogni essere io pongo la possibilità di fare un atto di aggiunta a ciò che risulta storicamente (anche malato, pazzo, morto), vedendolo sempre come produttore di valori nella compresenza di tutti, e quindi non finito, ma vivente e risorto alla base della storia: la compresenza è il soggetto della storia, la produzione del valore è corale, tutti aiutano, ogni essere (anche non visto, anche inconsapevolmente) continua a svolgersi e a dare”. Al valore di ogni essere vivente è legato il tema del non-uccidere, perno su cui si costruisce il pensiero e l’azione nonviolenta: “la non violenza non è l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto infranto, lì tutto intatto. La nonviolenza è lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata. La non violenza significa essere preparati a vedere il caos intorno, il disordine sociale, la prepotenza dei malvagi, significa prospettarsi una situazione tormentosa. È un errore credere che la non violenza sia pace, ordine, lavoro e sonno tranquillo…”. La non violenza diventa così l’idea politico-sociale della compresenza di tutti come plurale di tu.

La “compresenza di morti e di viventi” indica anche che non siamo custodi di una tomba sola, anche se a noi persona carissima. Siamo custodi di tutti i morti. Anche dei tanti che per la pazzia della guerra rimangono senza una tomba.

Con queste suggestioni di Capitini, discutibili quanto volete, vivo questo secondo anniversario della morte di Michele.

Michele, morto ma vivente nella compresenza corale della storia presente, sostanzi il nostro ricordo di lui, dia spessore alla nostra associazione e renda vere le nostre poche riunioni e discussioni con le quali siamo alla ricerca della soluzione migliore a problemi comuni.

One Reply to “CON NOI DOPO DUE ANNI”

  1. caro Antonio tra i primi nel salento ho professato l’obiezione di coscienza; come non riconoscermi in Capitini,? come non apprezzare il tuo intreccio fra lui e Michele? La loro copresenza con noi è nel sentirci “figli” della loro testimonianza., quindi fratelli nel cercare di esserne fedeli.
    grazie per il tuo messaggio e il ricordo di Michele
    Giovanni

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