IL LUNGO E AMPIO SESSANTOTTO ITALIANO

Un libro di forte suggestione

Antonio Greco

L’ultimo libro[1] del prof. Fulvio De Giorgi[2], salentino, storico dell’educazione, si apre con un interrogativo e una risposta: “Un altro libro sul ’68? Sì e no”.

Il Sessantotto, per la storiografia, è l’anno simbolo di un periodo notevolmente più lungo. Di esso sono chiari i risultati della ricerca storica sul pre- (da dove giunge il movimento), un po’ meno chiari sono gli esiti storici del ’68 e i nessi con il post- ’68 (dagli anni ’70 ai nostri giorni).

Il sessantotto è stato un evento mondiale e italiano. Per i suoi scossoni, la voglia di un mondo nuovo, le attese e le speranze ma anche i limiti ed errori è diventato un “mito” e, in quanto tale, ha generato paure o esaltazioni, idiosincrasie o empatie.

La ricerca di Fulvio De Giorgi, La rivoluzione transpolitica, il ’68 e il ‘post- ’68 in Italia, pubblicato da poco più di un mese (settembre 2020), è sì un lavoro sul ’68 e sugli anni successivi fino ai nostri giorni ma si caratterizza di più per il taglio interpretativo, per la categoria ermeneutica, che appaiono “nuovi” e “suggestivi”, iscritti già nel titolo del testo: “la rivoluzione transpolitica in Italia”.

La “rivoluzione del ’68”, con il riferimento numerico-cronologico, rinvia a un concetto storiografico (come il 1779 alla Rivoluzione francese) e non solo ad un anno. L’aggettivo “transpolitica”, invece, qualifica l’aspetto originale della ricerca e rinvia a una idea interpretativa, a una cornice di un più ampio e generale fenomeno storico dentro cui si iscrivono e si comprendono gli eventi del ‘68 e del post ’68. Torneremo sia sul sostantivo che sull’aggettivo del titolo.

Il libro

Da molti elementi emerge il grande rigore storico del lavoro di De Giorgi.

Segnaliamo subito, in proposito, i titoli principali della nota bibliografica, posta dopo il primo capitolo[3]: sono segnalati, alcuni anche in modo ragionato, centinaia di testi sul tema: “Sulle questioni relative alle fonti, alla critica delle fonti e alle interpretazioni cfr.”; “Per le rassegne bibliografiche cfr.”, “Opere ricostruttive, di diverso taglio e valore, sono:”, “Sul ’68 dei professori cfr.”, “Sul ’68 ‘altro cfr.’”, “Sugli aspetti ‘generazionali cfr.’”, “Sugli studi più recenti a carattere locale (…) cfr.”, “Altri riferimenti bibliografici -di carattere generale o particolare- si trovano nelle note a piè di pagina”.

La rilevanza delle note, anche per numero, è notevole. Nei cinque capitoli (più l’epilogo) le note a piè di pagina sono 1285. Il testo si chiude con 20 pagine, su due colonne, di indice dei nomi[4] citati nel libro.

Dopo la premessa (Immaginazione e Potere) seguono cinque capitoli, ciascuno suddiviso in quattro paragrafi:

Il primo capitolo è d’impostazione: “Non è ancora la rivoluzione, ma è già qualcosa”; il secondo capitolo è dedicato ai problemi più rilevanti: “Siamo liberi perché stiamo vivendo la nostra gioia totale”; il terzo capitolo è dedicato all’esame di quattro ’68: “Tremando, tramando, tremendo”; il quarto capitolo affronta “Le risposte del sistema politico”; il quinto capitolo mette a fuoco il post- ’68: “Educarne cento senza colpirne uno: il post-’68”. Chiude il libro un “Epilogo, il ’68, il post-’68 e la società refluente” che traccia in breve gli elementi di attualità della ricerca.

E’ un libro di 435 pagine che si leggono in modo lineare, con un minimo indispensabile di termini tecnici, scritte non solo in modo logico ma anche in modo discorsivo, con un “approccio di storia culturale (o, se si vuole, di storia culturale dell’educazione) per tenere insieme la storia delle idee con la storia della socialità, la storia politica e delle ideologie con la storia delle mentalità, la visione sintetico-generale con i piani storici distinti” (pag.13). Importanti sono anche i riferimenti all’arte, al cinema, ai cantautori, alla filosofia e alla letteratura.

Il testo, in copertina, su uno sfondo color blu scuro, riporta l’imponente opera “Festa Cinese, 1968”, di Mario Schifano che rappresenta la rivoluzione di Mao Tse-tung: idealizza l’utopia rivoluzionaria con un trionfo di bandiere rosse che vanno a coprire l’intero dipinto.

Aprono il testo tre brevi citazioni di Pier Paolo Pasolini (1968), di Alexander Langer (1990) e di Paolo Giuntella (2007).

La rivoluzione transpolitica, il metodo

Sono due gli aspetti che caratterizzano il ’68 italiano e lo rendono unico nel suo genere rispetto alle esperienze sessantottine statunitensi, francesi e tedesche: l’ampiezza sociale (a pluridimensioni, non solo il movimento studentesco) e gli effetti nel lungo periodo.  Per cogliere questa unicità non basta muoversi su due soli piani interpretativi: “quello ‘prepolitico (della determinazione individuale e soggettiva del costume, della mentalità, della cultura in senso antropologico) in cui si registra un progressivo e vittorioso cambiamento radicale e permanente, né solo su quello “politico” in cui invece sembra prevalere la constatazione di una rivoluzione fallita o incompiuta, insomma di sostanziale scacco” (pag. 49).

De Giorgi avvia un terzo approccio interpretativo, quello “transpolitico”.

Che cos’è questo approccio? Non è alternativo, ma integrativo di quello prepolitico e di quello politico. Un approccio in grado di “dare meglio conto di un aspetto fondamentale, non sempre visibile del movimento: quello di una riforma-rivoluzione ideale (cioè intellettuale e morale), permanente o, almeno, di lungo periodo” (pag. 49).

 “Tale piano transpolitico – osserva De Giorgi – non occulta il “politico” in un generico discorso etico-culturale e metapolitico (come pure si è fatto verso il ’68), ma lo assume e lo intensifica in una transvalutazione, per quanto di esso, necessariamente, incide e si sedimenta nella Kultur. In altri termini il piano transpolitico è prima e dopo il piano prepolitico, così come è prima e dopo il piano politico: fondamento e coronamento” (pag. 50). In termini più semplici: se la contestazione sessantottesca fosse stata solo un movimento politico non staremmo, dopo cinquant’anni, ancora a parlarne, perché il suo bilancio sarebbe solo negativo. Siccome però quella contestazione giovanile impresse nella società e nei rapporti interpersonali cambiamenti tali che costituiscono parte integrante del costume e del patrimonio intellettuale e morale della società in cui viviamo, il modo più appropriato per un approccio non frammentato o monco è una interpretazione “transpolitica”.

L’autore insiste più volte nel precisare che questa interpretazione non esclude ma “ricomprende ed eleva scelte politiche, sociali e culturali” (pag. 403).

Sa bene che nel campo degli studi storici l’approccio transpolitico è stato molto problematico, soggetto a polemiche e a feroci contestazioni. Richiama infatti subito, per escludere qualsiasi riferimento, la “interpretazione transpolitica del fascismo” di Renzo De Felice (attribuita alle posizioni di E. Nolte e di A. Del Noce) che si avvaleva “non soltanto di una completa analisi storica, ma anche di una rigorosa problematica filosofica, così da coglierne l’essenza, il significato più intimo e non lasciarsi fuorviare dagli aspetti secondari” (pag.51). Per l’uso di questo metodo interpretativo lo storico De Felice fu accusato di giustificare il fascismo e di essere ispiratore dei seguaci delle teorie revisionistiche che negano le responsabilità storiche del fascismo.

In realtà la mia prospettiva interpretativa (transpolitica) – scrive De Giorgi – sarà piuttosto vicina a quella di Hannah Arendt e comunque unicamente storica, ancorché attenta alle riflessioni della teoria politica e della sociologia” (pag. 52). Precisiamo che il riferimento è alla  Hannah Arendt di “Sulla violenza” del 1970 (tradotto in Italia da Guanda nel 1996) più che alThe origins of totalitarianism della stessa, apparso negli Stati Uniti nel 1951[5].

La rivoluzione transpolitica, la cifra

Un contenuto centrale e importante di questa lettura della rivoluzione del ’68, che spesso sfugge alle altre interpretazioni, è data dalla capacità di cogliere l’originale idea di progresso che nel movimento del ’68 venne a delinearsi. Il ’68 è irriducibile sia al paradigma del progresso come sviluppo positivo universale e sia al paradigma dell’anti-progresso, alla pura utopia e alla pura distopia. Il ’68 espresse una posizione originale: riconosceva nel progresso un duplice volto, da una parte si aveva la consapevolezza dei rischi della razionalità tecnico scientifica egemone, dall’altra parte si cercava di riaprire nella società vie reali di radicale miglioramento dell’umanità. Così in questo approccio transpolitico la rivoluzione del ’68, assume una categoria diversa dalla rivoluzione “insurrezionale tradizionale” in quanto non fu solo una opposizione politica ma una più radicale opposizione dissenziente, “un attraversamento performativo molecolare e, insieme articolato dei differenti livelli e strutture della realtà storica”.

Secondo De Giorgi, “la migliore definizione di rivoluzione transpolitica si trova, forse, in un noto documento del Papa Paolo VI, l’Evangelii Nuntiandi, del 1975. Egli voleva mostrare il senso della liberazione cristiana (recuperando la teologia della liberazione, ma anche superandone un certo riduzionismo sociale e politico o, meglio, economicistico e politicistico). E diceva, allora, che il Vangelo doveva penetrare «in tutti gli strati dell’umanità» e «col suo influsso trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa» (n. 18). Si trattava cioè di «raggiungere e quasi sconvolgere», con la forza del Vangelo, «i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità» (n.19) (pag. 58).

Il valore storico più significativo in molte espressioni del ’68 e del post fu il bisogno di un cambiamento di civiltà e l’affermazione di una civiltà fraterna. “Il Sessantotto ha scoperto e quasi inventato una nuova forma di socialità, un nuovo modo di stare insieme, che esprimeva il rifiuto di rapporti meccanici, burocratici, imposti, interessati ed era il tentativo di affermare la libertà, la gratuità, il rispetto, la immediatezza delle relazioni personali”.

La cifra della rivoluzione transpolitica del ’68 è sì riconducibile alla critica razionale e alla istanza di libertà ma anche, e non ultima, all’afflato fraterno e al bisogno di piantare l’amore nella politica.

Oltre i titoli, alcuni sottotitoli

Perché non si pensi che il libro sia un testo di storia della teoria dell’educazione, riporto alcuni sottotitoli che suddividono i vari capitoli per indicare la concretezza dei temi trattati:

L’autorità, la sua morfologia e la tecnologia dell’insegnamento. Il quinquennio di preparazione e l’innesco del ’68 italiano: “la Zanzara”, i giornali e associazioni studentesche. Pedagogia della parola e prendersi la parola. Violenza educatrice e pedagogia nera.

Il movimento studentesco, il dissenso cattolico, l’autunno caldo operaio e i quattro ’68: il ’68 esistenziale, il ’68 ideologico, il ’68 ecclesiale, il ’68 operaio. Il comune antifascismo e l’obiezione di coscienza.

Il quarto capitolo è tutto sulla scuola: le difficili scelte della politica scolastica. Gli organismi partecipativi e democrazia scolastica: da Scaglia a Sullo, da Misasi alle chiusure di Scalfaro fino alla riforma Malfatti. I veri cambiamenti storici della scuola sono individuati nelle 150 ore e tempo pieno, negli asili nido e integrazione dei disabili.

Nell’ultimo capitolo l’autore espone una visione più ampia del ’68, oltre le letture parziali che si fermano ai movimenti del 1977, al terrorismo e alle sue formazioni armate.  Ilpost-’68non è stato “un binario morto”,

se si pensa ai temi della: Obiezione di coscienza alla tecnocrazia; Utopia e profezia nella visione di Paolo Prodi e di Massimo Cacciari; Uno spunto per una diversa Italian Theory secondo Enzo Paci e la sua rivista “Aut Aut”. Un sentiero interrotto: il compromesso storico: Enrico Berlinguer, Franco Rodano. Istanze della rivoluzione transpolitica: ll personale è politico (il femminismo, i movimenti omosessuali, i cattolici conciliari con la problematica del nesso fede personale/scelta politica e i due principali movimenti dei cristiani-socialisti e dei cattolico-democratici); il mondo cattolico e la triplice posizione della “cultura della presenza” contrapposta alla “cultura della mediazione” e quella “testimoniale-paradossale” in cui confluiscono i due principali approcci, quello della pace e della giustizia sociale, entrambi eredi del ’68 etico e post-conciliare, che assumevano una distinta e autonoma posizione rispetto alle altre due.

La controrivoluzione transpolitica neoliberale.

A conclusione della interessante ricerca De Giorgi pone una constatazione e un interrogativo.

La constatazione: “viviamo in piena controrivoluzione transpolitica” (pag. 412). “Neoliberismo (finanziario) e neorazionalismo (tecnologico) sono la “destra” e la “sinistra” di un unico corpo la cui anima è il profitto” (pag.338), cioè i soldi. Ma all’allegro sentimento di benessere percepito con la controrivoluzione transpolitica neoliberale è subentrato, in tutti i settori pubblici e privati, un diffuso senso di malessere. “Nella piccola borghesia impoverita e impaurita è prevalso il risentimento ed è ritornato quel suo fondo scuro e torbido, limaccioso e reazionario che la rivoluzione transpolitica aveva messo in mora e rifiutato” (pag. 412).

La società opulenta è tornata indietro e si è trasformata in società “refluente”. Strana parola, questo «refluente». Non si trova nemmeno nel Vocabolario della Lingua Italiana della Treccani, il quale però riporta il verbo «refluire», forma rara del già dotto «rifluire». Significa, nell’accezione che qui interessa, «scorrere indietro», rispetto alla società del benessere, verso una deriva antiumanista. I frutti di questa deriva sono un inevitabile annebbiamento, o peggio cancellazione della coscienza etico-pedagogica, con gravi danni al senso critico, alla sapienzialità e alla creatività.

La controrivoluzione è incappata, improvvisamente, nella tragica pandemia mondiale del Covid19. Così l’anno 2020, per i gravissimi sconvolgimenti che stiamo vivendo, rappresenta un momento di svolta e una rottura periodizzante, e sarà ricordato come l’anno della “rivoluzione del 2020”. In questi mesi siamo di fronte ad una doppia possibilità e ad un bivio: dagli sconvolgimenti sociali che la pandemia sta producendo usciremo con una regressione verso una società ricca ma diseguale, “popolata da schiere di individui narcotizzati e reificati…saldamente controllati e pianificati da anonimi apparati tecnocratici…che inducono negli individui la diffusione di una compiaciuta servitù volontaria”? (pag. 413). Oppure andiamo verso una nuova modernità che fa rinascere un progresso centrato sulla tutela e ampliamento di quelle conquiste civili quali i diritti umani, il costituzionalismo democratico, l’autonomia individuale basata sulla responsabilità, l’uguaglianza, il primato della legge, ecc.?

E questo è l’interrogativo.

La risposta di De Giorgi è puntuale: le suddette questioni e inquietudini sociali indicano che il nucleo “caldo”, (cioè il confronto critico, tenuto aperto dalla coscienza etica o etico-pedagogica, tra infelicità umana [sullo sfondo del nesso tra ingiustizie sociali e danni ambientali] e dominio tecnico-capitalistico del profitto (pag. 411)), della rivoluzione transpolitica del ’68 e del post-’68 conserva una rilevanza critica che ancora oggi potrebbe essere percepita come significativa e attuosa in strati sociali più ampi. Mi riferisco, cioè, a quella coscienza etico-pedagogica che, fondandosi su un principio-fraternità, ricerca dinamiche virtuose e solidali tra la dimensione reale (delle distorsioni gravi indotte dalla incontrollata logica del profitto sul piano della giustizia sociale, della salute e degli equilibri del biosfera) e la dimensione ideale e razionale (delle tecnoscienze e della ricerca biomedica): dinamiche transpolitiche cioè di emancipazione e di liberazione per tutto ciò che attiene, direttamente o indirettamente, l’umano comune ” (pag. 414).

Fulvio De Giorgi, a conclusione del suo prezioso testo, per rimarcare che la fraternità è la cifra più importante nella interpretazione della rivoluzione transpolitica del ’68 e post- ’68 e che questa prospettiva ha una attualità in una società refluente ma che è di fronte a un bivio, si rifà agli appelli all’umanità di papa Francesco, “la maggiore autorità morale mondiale”.

Il testo di De Giorgi è stato pubblicato nel settembre u.s., prima dell’ultima enciclica di Papa Francesco, pubblicata il 3 ottobre, con il titolo “Fratelli tutti”, in cui la fraternità è fondamento e coronamento, non solo un semplice appello, ma un manifesto per un futuro “nuovo” della civiltà umana: formidabile sintonia, nella tesi di fondo, fra i due testi, pur essendo molto diversi per obiettivi e per forma.

Se è vero che si è ormai consumata una soluzione di continuità con il protagonismo storico della generazione del ’68 e quella del 2020, per questioni anagrafiche e per i mutati processi storici degli ultimi anni e ultimi giorni, è anche vero che esistono elementi sotterranei e positivi di continuità con la rivoluzione del ’68, così che questa possa essere considerata il primo tempo di una lunga partita, da completare con un secondo tempo ancora tutto da giocare, senza gli errori e i limiti del primo.

Il testo di De Giorgi, senza nulla togliere alla sua documentata valenza storica, si chiude con un’immagine legata al ’68 (martello e falce) di Andy Warhol che, con la forza demistificatrice dell’arte rispetto ad un antico simbolo politico, richiamava la passionalità sessantottina. “Forse, oggi potrebbe evocare la suggestione della necessità di una sua ripresa, in altre forme, per una possibile ipotesi di liberazione della società refluente nel mondo della post-pandemia” (pag. 415).

5 ottobre 2020


[1] Fulvio De Giorgi, La rivoluzione transpolitica, il ’68 e il post-’68 in Italia, Roma, Viella, sett. 2020, pp.435, € 35,00.

[2] Attualmente insegna Storia dell’educazione nell’Università di Modena e Reggio Emilia. Per il curriculum e le numerose  pubblicazioni  cfr. https://personale.unimore.it/rubrica/pubblicazioni/fdegiorgi

[3] Op. cit., pag. 63.

[4] I più citati, fra gli italiani, sono: A. Ardigò, E. Balducci, P. Gaiotti De Biase, P. Giuntella. I. Mancini, don Milani. A. Moro, Paolo VI.  Escluso don Milani su quasi tutti i suddetti sembra sceso il silenzio della damnatio memoriae. Eppure, come si evince dal testo di De Giorgi, hanno ancora molto da dire per l’oggi e per il domani della nostra cultura e della nostra società.

[5] Questo libro della Arendt fu al centro di molte controversie, perché comparava due sistemi e con la categoria del “totalitarismo”, rendeva simili il nazismo e comunismo, che alla maggior parte degli studiosi europei – e anche a molti statunitensi – sembravano diametralmente opposti. Cfr. anche la polemica sollevata dalla risoluzione del Parlamento UE, del 19 settembre 2019 e l’intervento dal titolo “Comunismo e nazismo: una equazione errata” di A.d’Orsi in Historia Magistra,  n. 31/2019, pp.10-17.

One Reply to “IL LUNGO E AMPIO SESSANTOTTO ITALIANO”

  1. Il ’68 ha avuto più sogni che realtà. Ha comunque preparato il terreno alla caduta delle ideologie sviluppando il mondo delle idee. Ha fatto passare il pensiero dal cuore umanizzando il pensiero. Eutopia che non deve smarrirsi.

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