IL CELIBATO DEI PRETI CATTOLICI

Dario Culot

Questo articolo apparso nel numero 543 del 9.2.2020 sul giornale on line “Il giornale di Rodafà”, diretto da Stefano Sodaro, offre una interessante ricostruzione storica sul tema.

Il cardinal Sarah, prefetto della congregazione per il Culto divino, giocando d’anticipo, ha fatto uscire il suo libro “Dal profondo del nostro cuore”, – coautore il papa emerito Ratzinger,- prima che papa Francesco facesse uscire l’esortazione apostolica a seguito del Sinodo amazzonico (dopo ogni sinodo segue l’esortazione papale). In questo sinodo è venuto prepotentemente alla ribalta il problema del celibato, perché ci si è dovuti chiedere se è giusto, per salvaguardare il celibato (istituito nella convinzione che operi a favore del servizio del popolo di Dio), non accorgersi che il popolo di Dio non riesce ad essere servito come Dio vuole, essendo impedito a partecipare all’eucaristia per mancanza di preti (vedi quanto detto nell’articolo Donne e sacerdozio della settimana scorsa). L’editoriale di Le Monde del 29.X.2019 è uscito dicendo: “La tradizione del celibato sacerdotale nella chiesa cattolica diffusa dopo la riforma gregoriana dell’undicesimo secolo, non è più intoccabile. Dopo tre settimane di dibattiti a Roma dal 6 al 27 ottobre, un’assemblea speciale del sinodo dei vescovi per l’Amazzonia ha intaccato quello che fino ad ora era un tabù”.

Come ha scritto il vaticanista Marco Politi, l’intervento del papa emerito è una grave interferenza perché proprio in questo periodo papa Francesco doveva prendere una decisione nella pienezza dei suoi poteri. Ed è ancor più grave posto che questa entrata a gamba tesa disorienta e crea confusione: quale papa dobbiamo ascoltare? Quello regnate o quello emerito? Ovviamente  – come sottolinea sempre Politi, – questo finirà per far aprire un altro dibattito sulla necessità di definire rigorosamente lo status dei papi dimissionari, magari eliminando il titolo di “papa emerito” e la veste bianca, visto che questa nuova situazione sembra creare solo confusione. In effetti già l’anno scorso papa Ratzinger aveva scritto un saggio sulla radici degli abusi nella Chiesa attribuendo ogni colpa al 1968, e contrapponendosi frontalmente all’analisi appena fatta da papa Francesco.

  1. Ma, soffermandoci sul celibato, dobbiamo domandarci: “scusate signori, scrupolosi osservanti di questa tradizione, non siete voi a dire che è stato Gesù a nominare Pietro suo successore e che Pietro è stato il primo papa? E allora state in realtà dicendo che Gesù ignorava che l’infallibile Spirito santo avrebbe in seguito spiegato alla Chiesa che la vera volontà di Dio prevedeva il celibato non solo per il papa, ma per tutti i sacerdoti (solo così in grado di donarsi totalmente agli altri), interpretando così Gesù meglio di Gesù stesso, sì che se fosse stato per lo Spirito santo, mai e poi mai lo sposato Pietro sarebbe diventato papa. Insomma, Gesù – Dio in persona secondo il magistero – innalzando alla carica di papa un uomo sposato avrebbe preso una solenne cantonata teologica: quindi state dicendo che Dio ha smentito Dio”.
  2. San Paolo, nelle sue lettere, da un lato ha confermato che un presbitero sposato non faceva alcun problema: “bisogna che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna…. che tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi” (1Tm 3, 2-4). Il candidato presbitero che la comunità deve scegliere deve essere irreprensibile, sposato una sola volta con figli credenti e che non possano essere accusati di dissolutezza o siano insubordinati; per il vescovo si richiede ancora qualche qualità in più (Tt 6-7).

Dall’altro lato, però, come spesso avviene in Paolo, si trova anche detto che il peccato ci incatena, e ci impedisce di staccarci dalla terra e di ascendere verso l’alto, come invece riesce a fare il santo, che si avvicina agli angeli. Da questa idea che occorre staccarsi dalla materia per avvicinarsi a Dio nasce anche la convinzione secondo cui chi è maritato si dà pensiero delle cose del mondo; chi invece non lo è, cerca le cose di Dio (1Cor 7, 34), perciò chi si sposa fa bene, ma chi non si sposa fa meglio (1Cor 7, 38.), in quanto tutto il suo essere può essere proteso a un ideale e a una missione: ecco perché il celibato è superiore al matrimonio; ecco perché, da subito, Paolo (1Cor 7, 25-35) esalta la verginità. Ecco perché l’Apocalisse (Ap 14, 4) esalta i non contaminati con donne, e anche Paolo aggiunge che è cosa buona per l’uomo non toccare la donna; ma siccome è meglio sposarsi che ardere, il sesso nel matrimonio va tollerato solo come rimedio alla concupiscenza (1Cor. 7, 1-9).

Va però ricordato a tutti che Paolo non aveva conosciuto il Cristo terreno, l’uomo Gesù che era vissuto in un determinato periodo ed ambito storico, e che aveva lottato per lenire le sofferenze della gente. È evidente, allora, che alla teologia di Paolo manca qualcosa. La teologia paolina non può essere completa, perché – come ha più volte osservato il teologo José M. Castillo, – manca completamente del Gesù terreno.

La Chiesa cattolica ha seguito questa linea (gnostica? Cfr. l’articolo al n.486 di questo giornale) di Paolo, e ha presto condiviso l’idea che il matrimonio non è un aiuto, ma un ostacolo a una vita dedita totalmente a Dio (1Cor 7, 27), cosa che è richiesta ai chierici.

Comunque, pur avendo la disciplina della continenza sessuale radici antiche, è stato il concilio Lateranense II, appena nel 1215, a sollecitare tutti i chierici a un vita continente e casta (can.14) e a dichiarare invalidi i matrimoni contratti da chierici che avevano ricevuto gli ordini maggiori (can.7).

Il can.9 della XXIV sessione del concilio di Trento, confermando quanto dichiarato dal concilio Lateranense II lanciava il solito anatema contro chi affermava che il divieto di matrimonio per chierici fosse una condanna dello stesso matrimonio. Occorreva semplicemente salvaguardare la continenza sacerdotale e per questo vennero aperti i seminari (dove, come sappiamo, è poi successo di tutto). In pratica è stato il concilio di Trento a confermare definitivamente il celibato come forma più adatta e nobile di osservanza della continenza, già da molto tempo richiesta dalla Chiesa ai suoi ministri sacri[1].

Il cardinal Sarah sostiene nel suo libro che coloro i quali affermano che il celibato sacerdotale è soltanto una disciplina tardivamente imposta dalla Chiesa latina ai propri chierici stanno dichiarando il falso. Ma poi, sempre nel suo libro riconosce che nel corso del primo millennio sono stati ordinati sacerdoti molti uomini sposati, anche se a partire dalla loro ordinazione essi erano tenuti all’astinenza dai rapporti sessuali con le proprie mogli, e comunque già nel IV secolo veniva affermata nei concili la necessità della continenza per i preti[2].

Due osservazioni. Visto che di continenza si comincia a parlare nel 300 d.C., ciò significa che per oltre due secoli e mezzo i cristiani non avevano il celibato dei sacerdotti, e se i sacerdoti potevano essere ancora sposati nel primo millennio, chi parla di disciplina tardiva non sta dicendo il falso.

Secondo punto. Mi sembra evidente che nella religione è presto entrato lo zampino dello gnosticismo: nella religione l’uomo, che è fatto di carne, deve spiritualizzarsi per potersi avvicinare a Dio, che è essenza spirituale.

E qual è stata allora la ragione profonda del divieto di sposarsi? Basta andare a leggere cosa pensava papa Damaso (366-384) il quale giustificava la continenza sacerdotale per il fatto che i ministri dovevano offrire quotidianamente il sacrificio eucaristico. Sulla stessa linea i papi Siricio e Innocenzo I: poiché i ministri devono essere quotidianamente presenti in chiesa non hanno il tempo necessario per purificarsi degnamente dopo l’unione coniugale[3]. Forse non tutti sanno ma, per questo stesso motivo, fino al concilio Vaticano II, marito e moglie che avevano appena fatto l’amore non potevano accostarsi all’eucarestia; e ancora si discuteva[4] se il maschio che aveva avuto una polluzione notturna poteva accostarsi, la mattina dopo, alla comunione.

Dopo duemila anni non si aveva ancora assimilato l’idea che, con Gesù, Dio è disceso per farsi uomo (l’incarnazione, l’Emmanuele, il Dio con noi) e che questo Dio dà valore alla carne. Se uno elogiasse Dante Alighieri incontrandolo, e questi gli chiedesse: «E qual è la mia opera che ti è piaciuta di più?» ma questi balbettasse imbarazzato: «veramente non ho letto niente, ma conosco i titoli delle Sue opere e poi il Suo nome è così famoso!» cosa penseremmo? Eppure questo accade anche a Dio: quante persone vanno incontro a Lui con tanti «ti amo», «ti adoro!», ma poi disprezzano la sua creazione fatta di carne e materia! Credono perfino di essere tanto più santi quanto più disprezzano la materia. Ma forse Dio si aspetta invece che amiamo le sue creature come fa Lui[5]. Per dirla con Buber, l’uomo non può avvicinarsi a Dio saltando ciò che è umano,[6] carnale, materiale[7].

Stando a quanto ci raccontano i vangeli su Gesù, l’immagine che lui ci dà di Dio fa intendere che lui non ha espulso il sacro dal mondo, ma ha piuttosto desacralizzato la divinità spirituale per sacralizzare l’umanità carnale; però questo non può essere accettato dalla religione (Castillo J.M.). Incarnarsi, umanizzarsi, implica che la cosa più importante nell’esistenza di ogni individuo dovrebbe essere il rapporto umano con gli altri. La religione, invece, insegna imperterrita che la cosa più importante è il rapporto con Dio, sì che l’uomo deve spiritualizzarsi, sollevarsi fino a lasciare l’impura e volgare materia, santificarsi, separarsi dagli altri che non vogliono o non riescono innalzarsi verso Dio. I vangeli denunciano questi due movimenti contrari: Dio scende incarnandosi nell’umano per stare con noi, mentre la persona religiosa, che vuole diventare santa, sale per incontrarsi col divino: finisce che i due non s’incontrano mai,[8]  perché la persona religiosa (come il sacerdote della parabola del buon samaritano) è tanto presa dall’innalzarsi verso Dio che non vede i bisogni degli uomini che le stanno accanto, in mezzo ai quali è invece già disceso Dio. Allora la sua preghiera elevata a un Dio lontano torna spossata sulla terra, senza aver incontrato il suo destinatario, visto che Dio si è fatto carne[9] ed è qui sulla terra, alla portata di mano di tutti.

Papa Siricio, arrivò a sostenere che la continenza era stata voluta dallo stesso Gesù: se infatti i sacerdoti dell’Antico Testamento erano obbligati a osservare la continenza durante il loro servizio al Tempio (nda: ma non c’era il divieto di sposarsi, tanto che Zaccaria era sposato con Elisabetta), essendo Gesù venuto a completare l’Antico Testamento, anche i sacerdoti del Nuovo Testamento, che offrono ogni giorno il sacrificio eucaristico, devono osservare la stessa continenza[10]. Peccato che Gesù non fosse sacerdote, che non abbia nominato nessuno dei dodici apostoli e nessun altro discepolo sacerdote (cfr. quanto detto nell’articolo Donne e sacerdozio cit.), che se la spiritualità si stacca dalla materia si cade facilmente nell’eresia gnostica, che la tensione esclusivamente verso Dio finisce per assorbire il cristiano facendolo vivere concentrato su sé stesso, sul proprio miglioramento, sul proprio perfezionamento morale, sulla santità propria,[11] senza tempo per mettersi a disposizione totale degli altri[12].

  1. Nel decreto conciliare Presbyterorum Ordinis§ 16 si afferma con chiarezza che «la perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli (…) non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali». Anzi, i preti sposati di quelle Chiese vengono esortati nello stesso documento conciliare «a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato». Dunque il concilio dice che il celibato non è essenziale per il sacerdozio. Perciò quando il papa emerito scrive che “Sulla base della celebrazione giornaliera dell’Eucaristia, e sulla base del servizio per Dio che essa includeva, scaturì da sé l’impossibilità di un legame matrimoniale” conferma quanto avevano detto i suoi predecessori, ma quando scrive che “l’astinenza funzionale si era trasformata da sé in un’astinenza ontologica” (Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 38, 60), va contro la statuizione del concilio Vaticano II, il quale dice che la struttura del sacerdozio non prevede di per sé il celibato.
  2. Le altre Chiese cristiane, a differenza di quella cattolica, hanno da tempo preti sposati. Si dirà che la Chiesa cattolica non riconosce come tali le Chiese protestanti perché i ministri protestanti non sono ordinati da un vescovo ritenuto nella successione apostolica, quindi saremmo davanti a delle mere comunità ecclesiali e la loro liturgia eucaristica non sarebbe valida. I protestanti replicano che i loro ministri non saranno successori storici degli apostoli, ma sono successori nel messaggio apostolico (“Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli”: Gv 6, 63). E soprattutto non basta la successione storica, perché – ben più arduo – è succedere nella vita apostolica, che è parte integrante della successione apostolica. In altre parole, una successione apostolica non accompagnata da una vita apostolica non è vera successione apostolica, e quest’affermazione mi sembra inoppugnabile. In quest’ottica, forse nessuna chiesa, oggi, sta veramente nella successione apostolica:[13] ecco perché tutte perdono credibilità e fedeli.

Ma non sono solo le Chiese protestanti ad avere ministri sposati: anche le Chiese ortodosse orientali (e queste sono vere Chiese anche per il Vaticano in quanto qui c’è la piena successione apostolica) hanno da sempre preti sposati. Siamo noi i più intelligenti ? i più bravi? i più ortodossi?

In proposito, già il concilio Trullano II, convocato dall’imperatore Giustiniano II nel 691, aveva rappresentato il crinale di separazione tra Chiesa orientale e Chiesa occidentale, perché il can.13 aveva stabilito che, contrariamente alla prassi romana che proibiva il matrimonio, i sacerdoti e i diaconi della Chiesa orientale potevano, in forza di antiche prescrizioni apostoliche,[14] convivere con le loro spose e prestare il debito coniugale[15].

  1. Va poi rammentato che, anche se non tutti lo sanno, perfino nella cattolica Italia, da tempo immemorabile, esistono preti cattolici sposati. A questo proposito il magistero dovrebbe allora spiegarci in maniera logica perché in Italia, nelle diocesi di rito latino i preti sono obbligati a restare celibi, mentre nelle diocesi di rito bizantino – come Piana degli Albanesi in Sicilia, Lungro in Calabria – i preti sposati sono la norma (basta digitare su motore di ricerca il nome del giornalista Galeazzi Giacomo, Il papa commissaria la diocesi dei preti sposati; oppure vedere “Il Venerdì di Repubblica”, n.1312/2013, 43). Soprattutto tutti dovrebbero essere informati che nel Codice dei canoni delle Chiese cattoliche di rito orientale[16] firmato da papa Giovanni Paolo II, si spiega con chiarezza, che tra matrimonio e ordine sacro non solo non c’è alcuna contraddizione ma rappresentano un approfondimento reciproco del triplice dono sacerdotale, profetico e regale di ogni battezzato (can.7). Di nuovo viene smentita la continenza ontologica di cui parla il papa emerito.

Non solo: sempre papa Giovanni Paolo II aveva detto “Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale”[17]: ci sono anche due tradizioni, due prassi, due codici. Entrambi pienamente legittimi e pienamente fondati dal punto di vista della tradizione e del magistero, come anche il Vaticano II ha riconosciuto”.

  1. E, ciliegina sulla torta, lo stesso papa Benedetto XVI, il 4.11.2009, con la Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus aveva aperto le porte della Chiesa cattolica ai preti anglicani sposati. Del resto, l’apertura ai sacerdoti sposati “appartenenti a Chiese o a comunità cristiane tuttora divise dalla comunione cattolica, i quali, desiderano aderire alla pienezza di tale comunione e di esercitarvi il sacro ministero” era già stata prevista in via generale e astratta dal §42 della Lettera Sacerdotalis caelibatus di papa Paolo VI del 24.6.67. Quindi il Sinodo dell’Amazzonia segue un indirizzo ammesso da papi nn certamente tacciati di sfegatato progressismo.
  2. Si dice, a favore del celibato sacerdotale, che esso non esprime la rinuncia ad amare, ma anzi manifesta la scelta di amare teneramente e liberamente tutti e ciascuno, senza riserve, senza tenere nulla per sé: il massimo dell’amore.

«La volontà della Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame che il celibato ha con l’Ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l’ha amata… Il sacerdote è chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Sposo della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, nn. 29 e 22). Aggiunge il vescovo Sarah che la Chiesa ha bisogno che degli uomini la amino dell’amore stesso di Cristo-Sposo ((Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 75).

In realtà, l’amore così concepito, è rivolto prevalentemente verso l’alto, verso Dio, davanti al quale bisogna presentarsi puri, spiritualmente e materialmente: perciò è un amore che non ama. In Libano c’è un’espressione bella e pungente per dire un amore che non ama: amare come amano i preti, i quali amano tutti e non amano nessuno, essendo più preoccupati di essere esemplari, di seguire la legge, che di rivelare l’amore di Dio[18] e viverlo in maniera creativa e oblativa, mostrando vere forme di umanità. Troppo spesso il mondo ecclesiastico si presenta corazzato contro gli affetti[19]. Troppo spesso il mondo delle persone pie e religiose è imbarazzante quando parla di amore, perché questo amore non lo si vede, perché si è disperso e si è spento: è come quella carrucola caduta nel pozzo, che non ha più acqua da portare per gli altri, ma non ha più l’acqua neanche per sé (Qol 12, 6[20]). Non vedo quindi il rischio di «catastrofe per i fedeli» se solo non riescono a vedere un prete celibe che «si consegna interamente al padre»,[21] ma magari vedono solo un prete sposato che ama concretamente e profondamente la propria moglie.

Certamente siamo davanti a una tradizione plurisecolare, forse addirittura ultra millenaria, collegata anche all’Antico Testamento che aveva come punto centrale la distinzione netta fra puro e impuro,[22] e quando la persona era impura non poteva entrare nel Tempio (Lv 15, 31). La vera funzione della Legge mosaica era quella di dare un recinto di protezione dall’impurità che stava fuori: “Per essere a posto con Dio fin qui posso arrivare, oltre no”. Oggi, che capiamo meglio il Vangelo, vediamo che in un colpo solo Gesù aveva già in allora cancellato questa distinzione puro/impuro, e per far capire questa novità, lui stesso trasgrediva la legge divina toccando volontariamente e in continuazione le persone impure, senza essere contagiato dalla loro impurità, anzi dimostrando il contrario (si pensi all’emorroissa, ai lebbrosi, alla parabola del buon samaritano).

La Bibbia, con quest’ossessione per l’impurità, aveva anche stabilito che il rapporto sessuale rendeva sempre impuri: marito e moglie che hanno rapporti restano impuri fino a sera (Lv 15,18); e l’uomo che ha comunque eiaculato resta di per sé impuro fino a sera (Lv 22, 6). Ricordo che, anche nel cattolicesimo, il rapporto sessuale è rimasto un rimedio alla concupiscenza (can. 1013 del codice di diritto canonico del 1917), come sostenuto da Paolo, fino all’abrogazione del codice avvenuta appena nel 1987. Quindi il sesso era considerato qualcosa di sporco (impuro, appunto) dalla Chiesa, e si capisce perché il prete che celebrava l’eucarestia non doveva allora essere macchiato da simile impurità.

Ma ormai (cfr. articolo È possibile discutere di un dogma? al n.538 di questo giornale) il sesso non è più visto come qualcosa di impuro, ma come un dono di Dio. Oggi non si richiede più agli sposi di astenersi dal partecipare all’eucaristia se hanno avuto rapporti sessuali il giorno prima. Perché? Perché cambiando la cultura, è finalmente scomparsa l’idea puro e impuro. È scomparsa perché il Dio di Gesù non predilige chi si sforza per essere puro; il Dio d Gesù non guarda i meriti, ma guarda ai bisogni della gente, e ama allo stesso modo i puri e gli impuri (Mt 5, 45). Ma a questo punto è caduta anche la ragione principale che imponeva al prete di essere puro quando si presentava sull’altare davanti a Dio.

Dunque, se per secoli essere celibi non era un presupposto indispensabile ed essenziale (ontologico) per poter essere ordinato prete. si può tranquillamente affermare che la legge del celibato ecclesiastico non è di natura divina e si può dare identica dignità ai due carismi – presbiteriato celibe o sposato – senza che ciò rappresenti un rischio per la Chiesa cattolica. Del resto la dimostrazione che non ci sia rischio è già stata data dal fatto che nella Chiesa cattolica ci sono preti sposati, e che anche le altre Chiese vanno tranquillamente avanti con preti sposati, per cui non sembra condivisibile l’idea secondo cui «la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica e un arretramento nella comprensione del sacerdozio»[23].

Pertanto, visto che non siamo in presenza di un dogma, e vista l’attuale carenza di preti, sarebbe ora di dare la possibilità a chi si sente chiamato al sacerdozio di poter scegliere lui se essere ordinato da celibe o da sposato.

 

 

[1] Bonivento C., Il celibato sacerdotale, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, 88.

[2] Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020,  69s.

[3] Bonivento C., Il celibato sacerdotale, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, 70s.

[4] Tommaso d’Aquino, Summa Theologicae, III, 79, 7, in www.documentacatholicaomnia.eu.: “La copula coniugale, quando è senza peccato, ossia quando si compie per la generazione della prole o per rendere il debito, non impedisce la comunione eucaristica se non nella misura in cui la impedisce, come si è detto, la polluzione notturna avvenuta senza peccato, ossia per la sozzura del corpo e per la distrazione della mente”. Se questo non è gnosticismo…

[5] Hadjadj F., Come parlare di Dio oggi?, ed. Messaggero, Padova, 2013, 51s.

[6]Richiamato in  Mateos J. e Camacho F., Il figlio dell’uomo, ed. Cittadella, Assisi, 2003, 264.

[7] Ricordo che è frutto del dualismo gnostico pensare che il dio buono, che regna in paradiso, ha creato lo spirito (e l’anima), mentre la materia e il corpo sono opera del dio malvagio che regna all’inferno. Da qui l’idea che il corpo e ciò che è collegato ad esso, è male. Dunque la Chiesa, pur avendo condannato l’eresia gnostica, ha mantenuto l’idea gnostica che la carne, il sesso, la materia sono, in fondo, il male e che, chi pratica il sesso, finirà all’inferno. Ma Gesù ha smentito questa idea.

[8] Maggi A., Roba da preti, ed. Cittadella, Assisi, 2007, 113.

[9] Vannucci G., Pellegrino dell’Assoluto, ed. Cens, Liscate (MI), 1985, 18.

[10] Bonivento C., Il celibato sacerdotale, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, 102.

[11] Originariamente “santo” significa trascendente, separato (Rudolf O., Il sacro, ed. SE, Milano, 2009, 72).

Pagola J.A., Gesù, un approccio storico, ed. Borla, Roma, 2009, 218ss.: Tutti comprendevano all’epocano la santità come la separazione da ciò che è impuro.  Secondo la comunità di Qumran non era più possibile vivere  in maniera santa in mezzo a quella società così contaminata, per cui si ritirano nel deserto. I farisei, sforzandosi di osservare la legge che obbligava soltanto i sacerdoti,  cercavano invece di trasformare la terra promessa in una sorta di tempio abitato dal Dio santo, sì che tutto il popolo fosse un regno di santi.

Per Gesù, Dio è santo non perché vive separato dagli impuri (se a nessuno piace avere accanto gente infetta e sgradevole, questo doveva valere anche per Dio, secondo l’opinione comune), ma perché è compassionevole con tutti. La compassione è per Gesù i modo di imitare Dio, di essere santi come lui. Dunque, il santo non ha bisogno di essere protetto dalla separazione per evitare la contaminazione; al contrario, è il santo a contagiare con la sua purezza e a trasformare l’impuro. Quando Gesù tocca il lebbroso, non è Gesù a restare impuro, ma è il lebbroso a purificarsi.

[12] Cosa che deve fare il sacerdote celibe (Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020,  61).

[13] Ricca P., L’ultima Cena, anzi la Prima, ed. Claudiana, Torino, 2013, 271s.

[14] Ad es., in 1Cor 9, 5 san Paolo dice che Pietro e gli altri apostoli hanno con sé le mogli.

Il vescovo Sarah riconosce quanto affermato dal concilio Trullano  (Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 72s.), ma sostiene il “clero orientale sposato è in crisi. Il divorzio dei sacerdoti è diventato un motivo di tensione ecumenica tra i patriarcati ortodossi”. Sarà sicuramente vero, ma non è che il sacerdozio latino, col suo celibato, non sia in crisi.

[15] Bonivento C., Il celibato sacerdotale, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, 77s.

[16]  In  www.vatican.va/ curia romana/ congregazione per le chiese orientali/ Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (testo solo in latino), can. 7, 285-373.

[17] Discorso di papa Giovanni Paolo II ai partecipanti al simposio internazionale  su «Ivanov e la cultura del suo tempo», 28 maggio 1983.

[18] Molari C., Per una spiritualità adulta, ed. Cittadella, Assisi, 2008, 204 s.

[19] Molari C., Per una spiritualità adulta, ed. Cittadella, Assisi, 2008,  205. Quindi c’è tutto da vedere se è corretta l’idea secondo cui “i poveri sanno che un prete che ha rinunciato al matrimonio fa loro dono di tutto il suo amore sponsale” (Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 64).

[20] Qoèlet o Ecclesiaste.

[21] Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 62s.

[22]  Ma se guardiano in giro per il mondo, non esiste alcuna società che sia stata capace di fare a meno di una discriminazione di qualche tipo: ad es. nella religione indù i concetti di purezza e d’impurità erano elementi essenziali  per rafforzare la piramide sociale costituita da caste; e le classi dirigenti, per mantenere i propri privilegi, hanno sempre sfruttato questi concetti di contaminazione e purezza  (Harari Yuval Noah, Sapiens, Da animali a dèi, Bompiani, Milano 2018, 178s.).

[23] Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 59.

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Il cardinal Sarah, prefetto della congregazione per il Culto divino, giocando d’anticipo, ha fatto uscire il suo libro “Dal profondo del nostro cuore”, – coautore il papa emerito Ratzinger,- prima che papa Francesco facesse uscire l’esortazione apostolica a seguito del Sinodo amazzonico (dopo ogni sinodo segue l’esortazione papale). In questo sinodo è venuto prepotentemente alla ribalta il problema del celibato, perché ci si è dovuti chiedere se è giusto, per salvaguardare il celibato (istituito nella convinzione che operi a favore del servizio del popolo di Dio), non accorgersi che il popolo di Dio non riesce ad essere servito come Dio vuole, essendo impedito a partecipare all’eucaristia per mancanza di preti (vedi quanto detto nell’articolo Donne e sacerdozio della settimana scorsa). L’editoriale di Le Monde del 29.X.2019 è uscito dicendo: “La tradizione del celibato sacerdotale nella chiesa cattolica diffusa dopo la riforma gregoriana dell’undicesimo secolo, non è più intoccabile. Dopo tre settimane di dibattiti a Roma dal 6 al 27 ottobre, un’assemblea speciale del sinodo dei vescovi per l’Amazzonia ha intaccato quello che fino ad ora era un tabù”.

Come ha scritto il vaticanista Marco Politi, l’intervento del papa emerito è una grave interferenza perché proprio in questo periodo papa Francesco doveva prendere una decisione nella pienezza dei suoi poteri. Ed è ancor più grave posto che questa entrata a gamba tesa disorienta e crea confusione: quale papa dobbiamo ascoltare? Quello regnate o quello emerito? Ovviamente  – come sottolinea sempre Politi, – questo finirà per far aprire un altro dibattito sulla necessità di definire rigorosamente lo status dei papi dimissionari, magari eliminando il titolo di “papa emerito” e la veste bianca, visto che questa nuova situazione sembra creare solo confusione. In effetti già l’anno scorso papa Ratzinger aveva scritto un saggio sulla radici degli abusi nella Chiesa attribuendo ogni colpa al 1968, e contrapponendosi frontalmente all’analisi appena fatta da papa Francesco.

  1. Ma, soffermandoci sul celibato, dobbiamo domandarci: “scusate signori, scrupolosi osservanti di questa tradizione, non siete voi a dire che è stato Gesù a nominare Pietro suo successore e che Pietro è stato il primo papa? E allora state in realtà dicendo che Gesù ignorava che l’infallibile Spirito santo avrebbe in seguito spiegato alla Chiesa che la vera volontà di Dio prevedeva il celibato non solo per il papa, ma per tutti i sacerdoti (solo così in grado di donarsi totalmente agli altri), interpretando così Gesù meglio di Gesù stesso, sì che se fosse stato per lo Spirito santo, mai e poi mai lo sposato Pietro sarebbe diventato papa. Insomma, Gesù – Dio in persona secondo il magistero – innalzando alla carica di papa un uomo sposato avrebbe preso una solenne cantonata teologica: quindi state dicendo che Dio ha smentito Dio”.
  2. San Paolo, nelle sue lettere, da un lato ha confermato che un presbitero sposato non faceva alcun problema: “bisogna che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna…. che tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi” (1Tm 3, 2-4). Il candidato presbitero che la comunità deve scegliere deve essere irreprensibile, sposato una sola volta con figli credenti e che non possano essere accusati di dissolutezza o siano insubordinati; per il vescovo si richiede ancora qualche qualità in più (Tt 6-7).

Dall’altro lato, però, come spesso avviene in Paolo, si trova anche detto che il peccato ci incatena, e ci impedisce di staccarci dalla terra e di ascendere verso l’alto, come invece riesce a fare il santo, che si avvicina agli angeli. Da questa idea che occorre staccarsi dalla materia per avvicinarsi a Dio nasce anche la convinzione secondo cui chi è maritato si dà pensiero delle cose del mondo; chi invece non lo è, cerca le cose di Dio (1Cor 7, 34), perciò chi si sposa fa bene, ma chi non si sposa fa meglio (1Cor 7, 38.), in quanto tutto il suo essere può essere proteso a un ideale e a una missione: ecco perché il celibato è superiore al matrimonio; ecco perché, da subito, Paolo (1Cor 7, 25-35) esalta la verginità. Ecco perché l’Apocalisse (Ap 14, 4) esalta i non contaminati con donne, e anche Paolo aggiunge che è cosa buona per l’uomo non toccare la donna; ma siccome è meglio sposarsi che ardere, il sesso nel matrimonio va tollerato solo come rimedio alla concupiscenza (1Cor. 7, 1-9).

 

 

Va però ricordato a tutti che Paolo non aveva conosciuto il Cristo terreno, l’uomo Gesù che era vissuto in un determinato periodo ed ambito storico, e che aveva lottato per lenire le sofferenze della gente. È evidente, allora, che alla teologia di Paolo manca qualcosa. La teologia paolina non può essere completa, perché – come ha più volte osservato il teologo José M. Castillo, – manca completamente del Gesù terreno.

La Chiesa cattolica ha seguito questa linea (gnostica? Cfr. l’articolo al n.486 di questo giornale) di Paolo, e ha presto condiviso l’idea che il matrimonio non è un aiuto, ma un ostacolo a una vita dedita totalmente a Dio (1Cor 7, 27), cosa che è richiesta ai chierici.

Comunque, pur avendo la disciplina della continenza sessuale radici antiche, è stato il concilio Lateranense II, appena nel 1215, a sollecitare tutti i chierici a un vita continente e casta (can.14) e a dichiarare invalidi i matrimoni contratti da chierici che avevano ricevuto gli ordini maggiori (can.7).

Il can.9 della XXIV sessione del concilio di Trento, confermando quanto dichiarato dal concilio Lateranense II lanciava il solito anatema contro chi affermava che il divieto di matrimonio per chierici fosse una condanna dello stesso matrimonio. Occorreva semplicemente salvaguardare la continenza sacerdotale e per questo vennero aperti i seminari (dove, come sappiamo, è poi successo di tutto). In pratica è stato il concilio di Trento a confermare definitivamente il celibato come forma più adatta e nobile di osservanza della continenza, già da molto tempo richiesta dalla Chiesa ai suoi ministri sacri[1].

Il cardinal Sarah sostiene nel suo libro che coloro i quali affermano che il celibato sacerdotale è soltanto una disciplina tardivamente imposta dalla Chiesa latina ai propri chierici stanno dichiarando il falso. Ma poi, sempre nel suo libro riconosce che nel corso del primo millennio sono stati ordinati sacerdoti molti uomini sposati, anche se a partire dalla loro ordinazione essi erano tenuti all’astinenza dai rapporti sessuali con le proprie mogli, e comunque già nel IV secolo veniva affermata nei concili la necessità della continenza per i preti[2].

Due osservazioni. Visto che di continenza si comincia a parlare nel 300 d.C., ciò significa che per oltre due secoli e mezzo i cristiani non avevano il celibato dei sacerdotti, e se i sacerdoti potevano essere ancora sposati nel primo millennio, chi parla di disciplina tardiva non sta dicendo il falso.

Secondo punto. Mi sembra evidente che nella religione è presto entrato lo zampino dello gnosticismo: nella religione l’uomo, che è fatto di carne, deve spiritualizzarsi per potersi avvicinare a Dio, che è essenza spirituale.

E qual è stata allora la ragione profonda del divieto di sposarsi? Basta andare a leggere cosa pensava papa Damaso (366-384) il quale giustificava la continenza sacerdotale per il fatto che i ministri dovevano offrire quotidianamente il sacrificio eucaristico. Sulla stessa linea i papi Siricio e Innocenzo I: poiché i ministri devono essere quotidianamente presenti in chiesa non hanno il tempo necessario per purificarsi degnamente dopo l’unione coniugale[3]. Forse non tutti sanno ma, per questo stesso motivo, fino al concilio Vaticano II, marito e moglie che avevano appena fatto l’amore non potevano accostarsi all’eucarestia; e ancora si discuteva[4] se il maschio che aveva avuto una polluzione notturna poteva accostarsi, la mattina dopo, alla comunione.

Dopo duemila anni non si aveva ancora assimilato l’idea che, con Gesù, Dio è disceso per farsi uomo (l’incarnazione, l’Emmanuele, il Dio con noi) e che questo Dio dà valore alla carne. Se uno elogiasse Dante Alighieri incontrandolo, e questi gli chiedesse: «E qual è la mia opera che ti è piaciuta di più?» ma questi balbettasse imbarazzato: «veramente non ho letto niente, ma conosco i titoli delle Sue opere e poi il Suo nome è così famoso!» cosa penseremmo? Eppure questo accade anche a Dio: quante persone vanno incontro a Lui con tanti «ti amo», «ti adoro!», ma poi disprezzano la sua creazione fatta di carne e materia! Credono perfino di essere tanto più santi quanto più disprezzano la materia. Ma forse Dio si aspetta invece che amiamo le sue creature come fa Lui[5]. Per dirla con Buber, l’uomo non può avvicinarsi a Dio saltando ciò che è umano,[6] carnale, materiale[7].

Stando a quanto ci raccontano i vangeli su Gesù, l’immagine che lui ci dà di Dio fa intendere che lui non ha espulso il sacro dal mondo, ma ha piuttosto desacralizzato la divinità spirituale per sacralizzare l’umanità carnale; però questo non può essere accettato dalla religione (Castillo J.M.). Incarnarsi, umanizzarsi, implica che la cosa più importante nell’esistenza di ogni individuo dovrebbe essere il rapporto umano con gli altri. La religione, invece, insegna imperterrita che la cosa più importante è il rapporto con Dio, sì che l’uomo deve spiritualizzarsi, sollevarsi fino a lasciare l’impura e volgare materia, santificarsi, separarsi dagli altri che non vogliono o non riescono innalzarsi verso Dio. I vangeli denunciano questi due movimenti contrari: Dio scende incarnandosi nell’umano per stare con noi, mentre la persona religiosa, che vuole diventare santa, sale per incontrarsi col divino: finisce che i due non s’incontrano mai,[8]  perché la persona religiosa (come il sacerdote della parabola del buon samaritano) è tanto presa dall’innalzarsi verso Dio che non vede i bisogni degli uomini che le stanno accanto, in mezzo ai quali è invece già disceso Dio. Allora la sua preghiera elevata a un Dio lontano torna spossata sulla terra, senza aver incontrato il suo destinatario, visto che Dio si è fatto carne[9] ed è qui sulla terra, alla portata di mano di tutti.

Papa Siricio, arrivò a sostenere che la continenza era stata voluta dallo stesso Gesù: se infatti i sacerdoti dell’Antico Testamento erano obbligati a osservare la continenza durante il loro servizio al Tempio (nda: ma non c’era il divieto di sposarsi, tanto che Zaccaria era sposato con Elisabetta), essendo Gesù venuto a completare l’Antico Testamento, anche i sacerdoti del Nuovo Testamento, che offrono ogni giorno il sacrificio eucaristico, devono osservare la stessa continenza[10]. Peccato che Gesù non fosse sacerdote, che non abbia nominato nessuno dei dodici apostoli e nessun altro discepolo sacerdote (cfr. quanto detto nell’articolo Donne e sacerdozio cit.), che se la spiritualità si stacca dalla materia si cade facilmente nell’eresia gnostica, che la tensione esclusivamente verso Dio finisce per assorbire il cristiano facendolo vivere concentrato su sé stesso, sul proprio miglioramento, sul proprio perfezionamento morale, sulla santità propria,[11] senza tempo per mettersi a disposizione totale degli altri[12].

 

  1. Nel decreto conciliare Presbyterorum Ordinis§ 16 si afferma con chiarezza che «la perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli (…) non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali». Anzi, i preti sposati di quelle Chiese vengono esortati nello stesso documento conciliare «a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato». Dunque il concilio dice che il celibato non è essenziale per il sacerdozio. Perciò quando il papa emerito scrive che “Sulla base della celebrazione giornaliera dell’Eucaristia, e sulla base del servizio per Dio che essa includeva, scaturì da sé l’impossibilità di un legame matrimoniale” conferma quanto avevano detto i suoi predecessori, ma quando scrive che “l’astinenza funzionale si era trasformata da sé in un’astinenza ontologica” (Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 38, 60), va contro la statuizione del concilio Vaticano II, il quale dice che la struttura del sacerdozio non prevede di per sé il celibato.
  2. Le altre Chiese cristiane, a differenza di quella cattolica, hanno da tempo preti sposati. Si dirà che la Chiesa cattolica non riconosce come tali le Chiese protestanti perché i ministri protestanti non sono ordinati da un vescovo ritenuto nella successione apostolica, quindi saremmo davanti a delle mere comunità ecclesiali e la loro liturgia eucaristica non sarebbe valida. I protestanti replicano che i loro ministri non saranno successori storici degli apostoli, ma sono successori nel messaggio apostolico (“Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli”: Gv 6, 63). E soprattutto non basta la successione storica, perché – ben più arduo – è succedere nella vita apostolica, che è parte integrante della successione apostolica. In altre parole, una successione apostolica non accompagnata da una vita apostolica non è vera successione apostolica, e quest’affermazione mi sembra inoppugnabile. In quest’ottica, forse nessuna chiesa, oggi, sta veramente nella successione apostolica:[13] ecco perché tutte perdono credibilità e fedeli.

Ma non sono solo le Chiese protestanti ad avere ministri sposati: anche le Chiese ortodosse orientali (e queste sono vere Chiese anche per il Vaticano in quanto qui c’è la piena successione apostolica) hanno da sempre preti sposati. Siamo noi i più intelligenti ? i più bravi? i più ortodossi?

In proposito, già il concilio Trullano II, convocato dall’imperatore Giustiniano II nel 691, aveva rappresentato il crinale di separazione tra Chiesa orientale e Chiesa occidentale, perché il can.13 aveva stabilito che, contrariamente alla prassi romana che proibiva il matrimonio, i sacerdoti e i diaconi della Chiesa orientale potevano, in forza di antiche prescrizioni apostoliche,[14] convivere con le loro spose e prestare il debito coniugale[15].

 

  1. Va poi rammentato che, anche se non tutti lo sanno, perfino nella cattolica Italia, da tempo immemorabile, esistono preti cattolici sposati. A questo proposito il magistero dovrebbe allora spiegarci in maniera logica perché in Italia, nelle diocesi di rito latino i preti sono obbligati a restare celibi, mentre nelle diocesi di rito bizantino – come Piana degli Albanesi in Sicilia, Lungro in Calabria – i preti sposati sono la norma (basta digitare su motore di ricerca il nome del giornalista Galeazzi Giacomo, Il papa commissaria la diocesi dei preti sposati; oppure vedere “Il Venerdì di Repubblica”, n.1312/2013, 43). Soprattutto tutti dovrebbero essere informati che nel Codice dei canoni delle Chiese cattoliche di rito orientale[16] firmato da papa Giovanni Paolo II, si spiega con chiarezza, che tra matrimonio e ordine sacro non solo non c’è alcuna contraddizione ma rappresentano un approfondimento reciproco del triplice dono sacerdotale, profetico e regale di ogni battezzato (can.7). Di nuovo viene smentita la continenza ontologica di cui parla il papa emerito.

Non solo: sempre papa Giovanni Paolo II aveva detto “Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale”[17]: ci sono anche due tradizioni, due prassi, due codici. Entrambi pienamente legittimi e pienamente fondati dal punto di vista della tradizione e del magistero, come anche il Vaticano II ha riconosciuto”.

 

  1. E, ciliegina sulla torta, lo stesso papa Benedetto XVI, il 4.11.2009, con la Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus aveva aperto le porte della Chiesa cattolica ai preti anglicani sposati. Del resto, l’apertura ai sacerdoti sposati “appartenenti a Chiese o a comunità cristiane tuttora divise dalla comunione cattolica, i quali, desiderano aderire alla pienezza di tale comunione e di esercitarvi il sacro ministero” era già stata prevista in via generale e astratta dal §42 della Lettera Sacerdotalis caelibatus di papa Paolo VI del 24.6.67. Quindi il Sinodo dell’Amazzonia segue un indirizzo ammesso da papi nn certamente tacciati di sfegatato progressismo.

 

  1. Si dice, a favore del celibato sacerdotale, che esso non esprime la rinuncia ad amare, ma anzi manifesta la scelta di amare teneramente e liberamente tutti e ciascuno, senza riserve, senza tenere nulla per sé: il massimo dell’amore.

«La volontà della Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame che il celibato ha con l’Ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l’ha amata… Il sacerdote è chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo Sposo della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, nn. 29 e 22). Aggiunge il vescovo Sarah che la Chiesa ha bisogno che degli uomini la amino dell’amore stesso di Cristo-Sposo ((Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 75).

In realtà, l’amore così concepito, è rivolto prevalentemente verso l’alto, verso Dio, davanti al quale bisogna presentarsi puri, spiritualmente e materialmente: perciò è un amore che non ama. In Libano c’è un’espressione bella e pungente per dire un amore che non ama: amare come amano i preti, i quali amano tutti e non amano nessuno, essendo più preoccupati di essere esemplari, di seguire la legge, che di rivelare l’amore di Dio[18] e viverlo in maniera creativa e oblativa, mostrando vere forme di umanità. Troppo spesso il mondo ecclesiastico si presenta corazzato contro gli affetti[19]. Troppo spesso il mondo delle persone pie e religiose è imbarazzante quando parla di amore, perché questo amore non lo si vede, perché si è disperso e si è spento: è come quella carrucola caduta nel pozzo, che non ha più acqua da portare per gli altri, ma non ha più l’acqua neanche per sé (Qol 12, 6[20]). Non vedo quindi il rischio di «catastrofe per i fedeli» se solo non riescono a vedere un prete celibe che «si consegna interamente al padre»,[21] ma magari vedono solo un prete sposato che ama concretamente e profondamente la propria moglie.

 

Certamente siamo davanti a una tradizione plurisecolare, forse addirittura ultra millenaria, collegata anche all’Antico Testamento che aveva come punto centrale la distinzione netta fra puro e impuro,[22] e quando la persona era impura non poteva entrare nel Tempio (Lv 15, 31). La vera funzione della Legge mosaica era quella di dare un recinto di protezione dall’impurità che stava fuori: “Per essere a posto con Dio fin qui posso arrivare, oltre no”. Oggi, che capiamo meglio il Vangelo, vediamo che in un colpo solo Gesù aveva già in allora cancellato questa distinzione puro/impuro, e per far capire questa novità, lui stesso trasgrediva la legge divina toccando volontariamente e in continuazione le persone impure, senza essere contagiato dalla loro impurità, anzi dimostrando il contrario (si pensi all’emorroissa, ai lebbrosi, alla parabola del buon samaritano).

La Bibbia, con quest’ossessione per l’impurità, aveva anche stabilito che il rapporto sessuale rendeva sempre impuri: marito e moglie che hanno rapporti restano impuri fino a sera (Lv 15,18); e l’uomo che ha comunque eiaculato resta di per sé impuro fino a sera (Lv 22, 6). Ricordo che, anche nel cattolicesimo, il rapporto sessuale è rimasto un rimedio alla concupiscenza (can. 1013 del codice di diritto canonico del 1917), come sostenuto da Paolo, fino all’abrogazione del codice avvenuta appena nel 1987. Quindi il sesso era considerato qualcosa di sporco (impuro, appunto) dalla Chiesa, e si capisce perché il prete che celebrava l’eucarestia non doveva allora essere macchiato da simile impurità.

Ma ormai (cfr. articolo È possibile discutere di un dogma? al n.538 di questo giornale) il sesso non è più visto come qualcosa di impuro, ma come un dono di Dio. Oggi non si richiede più agli sposi di astenersi dal partecipare all’eucaristia se hanno avuto rapporti sessuali il giorno prima. Perché? Perché cambiando la cultura, è finalmente scomparsa l’idea puro e impuro. È scomparsa perché il Dio di Gesù non predilige chi si sforza per essere puro; il Dio d Gesù non guarda i meriti, ma guarda ai bisogni della gente, e ama allo stesso modo i puri e gli impuri (Mt 5, 45). Ma a questo punto è caduta anche la ragione principale che imponeva al prete di essere puro quando si presentava sull’altare davanti a Dio.

 

Dunque, se per secoli essere celibi non era un presupposto indispensabile ed essenziale (ontologico) per poter essere ordinato prete. si può tranquillamente affermare che la legge del celibato ecclesiastico non è di natura divina e si può dare identica dignità ai due carismi – presbiteriato celibe o sposato – senza che ciò rappresenti un rischio per la Chiesa cattolica. Del resto la dimostrazione che non ci sia rischio è già stata data dal fatto che nella Chiesa cattolica ci sono preti sposati, e che anche le altre Chiese vanno tranquillamente avanti con preti sposati, per cui non sembra condivisibile l’idea secondo cui «la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica e un arretramento nella comprensione del sacerdozio»[23].

Pertanto, visto che non siamo in presenza di un dogma, e vista l’attuale carenza di preti, sarebbe ora di dare la possibilità a chi si sente chiamato al sacerdozio di poter scegliere lui se essere ordinato da celibe o da sposato.

 

 

 

 

[1] Bonivento C., Il celibato sacerdotale, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, 88.

[2] Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020,  69s.

[3] Bonivento C., Il celibato sacerdotale, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, 70s.

[4] Tommaso d’Aquino, Summa Theologicae, III, 79, 7, in www.documentacatholicaomnia.eu.: “La copula coniugale, quando è senza peccato, ossia quando si compie per la generazione della prole o per rendere il debito, non impedisce la comunione eucaristica se non nella misura in cui la impedisce, come si è detto, la polluzione notturna avvenuta senza peccato, ossia per la sozzura del corpo e per la distrazione della mente”. Se questo non è gnosticismo…

[5] Hadjadj F., Come parlare di Dio oggi?, ed. Messaggero, Padova, 2013, 51s.

[6]Richiamato in  Mateos J. e Camacho F., Il figlio dell’uomo, ed. Cittadella, Assisi, 2003, 264.

[7] Ricordo che è frutto del dualismo gnostico pensare che il dio buono, che regna in paradiso, ha creato lo spirito (e l’anima), mentre la materia e il corpo sono opera del dio malvagio che regna all’inferno. Da qui l’idea che il corpo e ciò che è collegato ad esso, è male. Dunque la Chiesa, pur avendo condannato l’eresia gnostica, ha mantenuto l’idea gnostica che la carne, il sesso, la materia sono, in fondo, il male e che, chi pratica il sesso, finirà all’inferno. Ma Gesù ha smentito questa idea.

[8] Maggi A., Roba da preti, ed. Cittadella, Assisi, 2007, 113.

[9] Vannucci G., Pellegrino dell’Assoluto, ed. Cens, Liscate (MI), 1985, 18.

[10] Bonivento C., Il celibato sacerdotale, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, 102.

[11] Originariamente “santo” significa trascendente, separato (Rudolf O., Il sacro, ed. SE, Milano, 2009, 72).

Pagola J.A., Gesù, un approccio storico, ed. Borla, Roma, 2009, 218ss.: Tutti comprendevano all’epocano la santità come la separazione da ciò che è impuro.  Secondo la comunità di Qumran non era più possibile vivere  in maniera santa in mezzo a quella società così contaminata, per cui si ritirano nel deserto. I farisei, sforzandosi di osservare la legge che obbligava soltanto i sacerdoti,  cercavano invece di trasformare la terra promessa in una sorta di tempio abitato dal Dio santo, sì che tutto il popolo fosse un regno di santi.

Per Gesù, Dio è santo non perché vive separato dagli impuri (se a nessuno piace avere accanto gente infetta e sgradevole, questo doveva valere anche per Dio, secondo l’opinione comune), ma perché è compassionevole con tutti. La compassione è per Gesù i modo di imitare Dio, di essere santi come lui. Dunque, il santo non ha bisogno di essere protetto dalla separazione per evitare la contaminazione; al contrario, è il santo a contagiare con la sua purezza e a trasformare l’impuro. Quando Gesù tocca il lebbroso, non è Gesù a restare impuro, ma è il lebbroso a purificarsi.

[12] Cosa che deve fare il sacerdote celibe (Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020,  61).

[13] Ricca P., L’ultima Cena, anzi la Prima, ed. Claudiana, Torino, 2013, 271s.

[14] Ad es., in 1Cor 9, 5 san Paolo dice che Pietro e gli altri apostoli hanno con sé le mogli.

Il vescovo Sarah riconosce quanto affermato dal concilio Trullano  (Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 72s.), ma sostiene il “clero orientale sposato è in crisi. Il divorzio dei sacerdoti è diventato un motivo di tensione ecumenica tra i patriarcati ortodossi”. Sarà sicuramente vero, ma non è che il sacerdozio latino, col suo celibato, non sia in crisi.

[15] Bonivento C., Il celibato sacerdotale, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007, 77s.

[16]  In  www.vatican.va/ curia romana/ congregazione per le chiese orientali/ Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (testo solo in latino), can. 7, 285-373.

[17] Discorso di papa Giovanni Paolo II ai partecipanti al simposio internazionale  su «Ivanov e la cultura del suo tempo», 28 maggio 1983.

[18] Molari C., Per una spiritualità adulta, ed. Cittadella, Assisi, 2008, 204 s.

[19] Molari C., Per una spiritualità adulta, ed. Cittadella, Assisi, 2008,  205. Quindi c’è tutto da vedere se è corretta l’idea secondo cui “i poveri sanno che un prete che ha rinunciato al matrimonio fa loro dono di tutto il suo amore sponsale” (Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 64).

[20] Qoèlet o Ecclesiaste.

[21] Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 62s.

[22]  Ma se guardiano in giro per il mondo, non esiste alcuna società che sia stata capace di fare a meno di una discriminazione di qualche tipo: ad es. nella religione indù i concetti di purezza e d’impurità erano elementi essenziali  per rafforzare la piramide sociale costituita da caste; e le classi dirigenti, per mantenere i propri privilegi, hanno sempre sfruttato questi concetti di contaminazione e purezza  (Harari Yuval Noah, Sapiens, Da animali a dèi, Bompiani, Milano 2018, 178s.).

[23] Benedetto XVI e Sarah Robert,  Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli, Siena, 2020, 59.

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